venerdì 30 settembre 2016

Perché il Mondo Esiste? Una detective story filosofica - #Libro #Recensione

Glauco Silvestri
Ogni tanto mi tuffo in questo tipo di letture, e voi vi domanderete: Chi te lo fa fare? La curiosità è sicuramente uno dei motori che mi spinge verso questa tipologia di domande filosofiche.

Dunque, tornando a bomba, perché il mondo esiste?

L'autore del libro se lo domanda assiduamente, e vuole assolutamente una risposta. Per questo motivo comincia a interrogare l'intero scibile umano, a partire dalle origini della filosofia, con Platone, Aristotele, Cartesio e molti altri; passando per la religione, da quella cattolica a quella buddista; fino a interrogare la scienza in ogni sua disciplina, e di conseguenza la fisica, la matematica, eccetera eccetera eccetera.
Ovviamente quando arriverete alla fine di questa inchiesta filosofica [spoiler] non troverete una risposta definitiva alla domanda [fine spoiler], e mi pare giusto che sia così. Il viaggio è complesso, l'interrogazione è fatta con intelligenza, pacatezza, e soprattutto senza pregiudizi e/o un orientamento che porti a preferire una teoria alle altre. Il linguaggio è semplice, chiaro, cristallino. E' un'ottima opera divulgativa che può istigare ad approfondire l'argomento, a interrogare testi più specifici, o anche solo ad avere un'infarinata complessiva sul lavoro delle grandi menti della nostra civiltà, sia del passato, sia del presente.
E' scritto con brio e una certa verve. E' spiritoso e ha momenti toccanti. Il libro offre molti spunti di riflessione, e permette di rompere barriere psicologiche che probabilmente sono indotte in noi dalla cultura, dall'educazione, dalla società in cui viviamo.

Siamo capaci di immaginare un multiverso? Possiamo credere che tutto abbia avuto origine da particelle che appaiono e scompaiono nel nulla? E' possibile che la realtà sia solo una proiezione del nostro io interiore? Oppure è Dio che ha creato tutto per darci una casa? E se fossimo invece stati creati in laboratorio? O ancora, se fossimo stati generati perché noi rappresentiamo un valore, il bene, che ha un certo peso, e il solo fatto che questo valore esista, ha portato alla nostra esistenza? E se invece fosse avvenuto tutto per caso? E se invece fossimo completamente fuori strada e ogni legge fisica, ogni regola della natura, ogni principio da noi scoperto fosse sbagliato, oppure una formulazione rozza di un qualcosa molto più sopraffino?

Questo libro esporrà tutte le idee, gli studi, le convinzioni, e le teorie che il genere umano ha elaborato nei millenni per scoprire il motivo della sua esistenza, e dell'esistenza di tutto ciò che ci sta attorno. Lo fa nel modo giusto, con leggerezza, e con un linguaggio comprensibile, ma senza mai cadere nel banale. Se anche voi vi siete posti qualche domanda in proposito, può essere una lettura davvero interessante.


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giovedì 29 settembre 2016

Come evitare le foto mosse - #Tips #Fotografia

Glauco Silvestri
Una foto mossa trovata googlando su internet
Com'è possibile evitare una foto mossa? Qui di seguito troverete alcuni suggerimenti utili.

Ci sono molti motivi per cui una foto può risultare mossa, a partire da una mano non proprio ferma a tenere la fotocamera, passando per le vibrazioni dovute alla pressione del pulsante di scatto, per poi andare a parare sui tempi troppo lunghi, la poca luce, eccetera eccetera.
Di principio, per avere una certa garanzia che la foto risulti nitida, si dovrebbe tenere un tempo di scatto minore o (al massimo) uguale alla lunghezza focale dell'obiettivo montato.
In pratica, se a bordo avete un 60mm, allora il tempo di scatto massimo che dovremmo usare - a mano libera - per essere certi di ottenere un'immagine a fuoco è di 1/60 di secondo.

L'uso di un obiettivo con stabilizzatore di immagine aiuta, ma non fa miracoli. Di solito (n.d.r. Le caratteristiche esatte cambiano da marca a marca, e da modello a modello), lo stabilizzatore di immagini riesce a intervenire fino a 4 stop superiori al tempo di scatto indicato poco fa.
Nella pratica, sempre con il 60mm, lo stabilizzatore di immagine ci permette di scattare a mano libera con un tempo massimo di 1/4 di secondo.
Un ulteriore miglioramento si ottiene utilizzando il timer al posto dello scatto con la pressione diretta del tasto. 
Questo piccolo accorgimento consente di evitare l'eventuale mosso dovuto allo spostamento verticale della fotocamera al momento della pressione del tasto.

Nel caso di un soggetto in movimento la questione si complica. Una tecnica come il Panning può aiutare a seguire ciò che ci interessa per fotografarlo perfettamente a fuoco, ma anche la fotocamera va impostata con maggiore attenzione. 
Per immortalare una persona che cammina è sufficiente un tempo di scatto pari a 1/60 di secondo. Per fotografare un'automobile in corsa bisogna scendere per lo meno a 1/500 di secondo. 
Un bean bag con fotocamera già installata
E' quindi necessario impostare la fotocamera su Tv (n.d.r. Priorità di Tempi) e selezionare un tempo adeguato alla velocità del nostro soggetto. In questo caso è sconsigliabile tenere l'impostazione degli ISO (n.d.r. La sensibilità alla luce) su AUTO in quanto gli automatismi potrebbero optare - in caso di un errato setup dei tempi di scatto - per valori troppo alti, e di conseguenza portare a una foto priva di dettaglio. Meglio tenere un valore ISO adeguato alle caratteristiche della fotocamera a vostra disposizione, e regolare il tempo di scatto (n.d.r. Ed eventualmente il diaframma, se ve la sentite di mettere la fotocamera in Manuale) di conseguenza.

Se tutto ciò non basta, è necessario appoggiare la fotocamera su un supporto che sia perfettamente immobile. Si può optare per qualcosa che sta attorno a voi, o per un accessorio studiato ad hoc, come un monopiede, un treppiedi, o eventualmente una bean bag, quest'ultimo molto utile se si deve scattare rasoterra e/o appoggiarsi a una superficie irregolare.



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mercoledì 28 settembre 2016

Tecniche storytelling (parte 9): Usare elementi umani - #Corso #Scrittura

Glauco Silvestri
Asimo, il robot prodotto dalla Honda
Come catturare l'empatia del lettore? E' un argomento complesso che spesso viene sottovalutato da ci si approccia alla scrittura per la prima volta. La convinzione di molti è che una bella storia basti a creare un legame tra lettore e vicenda che sta leggendo. Postulato che può essere vero, per certi versi, ma che in realtà mostra diverse lacune, e soprattutto pone una domanda di difficile risposta: Che cosa fa, di una storia, una bella storia?

Per cui proviamo a tornare sui nostri passi e vediamo di capire come fare a catturare il lettore, e a fargli piacere la storia che stiamo scrivendo.

Nei precedenti capitoli del corso abbiamo approfondito molti argomenti importanti, tra cui, giusto per fare un esempio, proprio la scorsa settimana, è stato affrontato il tema legato al linguaggio. 
Da quanto abbiamo visto fin'ora risulta evidente che qualunque cosa ci si prefigga di scrivere, è scritta da uomini, ed è rivolta a uomini (n.d.r. Nel senso di specie, e non di genere), per cui dovrebbe sorgere spontanea questa rivelazione: 
Una presenza umana è utile a far legare il lettore alla vicenda narrata.
La saga completa di RAMA
Perché? Per via dei processi cognitivi, delle affinità emotive, dei meccanismi sociali a cui siamo abituati, e di cui siamo parte integrante. Forse vi parrà una banalità, ma la presenza di elementi umani è funzionale all'efficacia della vicenda che volete narrare. Questo non toglie che voi non possiate raccontare la storia di un gatto, di due passerotti innamorati, di una gabbianella orfana, di un globulo rosso, o di un'alieno che si ferma a 'fare il pieno' sul nostro Sole, oppure ancora una vicenda dove sono degli elementi 'impazziti' di software a fungere da personaggi principali. Magari potete persino tentare di scrivere queste vicende estraniandovi dalla vostra stessa natura. Però... Il lettore capirà il vostro esperimento?

Se andiamo a guardare nel dettaglio gli esempi che vi ho segnalato scopriremo che gli animali sono stati umanizzati, gli elementi artificiali hanno una sorta di coscienza umana, e che comunque - sempre - è presente qualcosa che si riconduce a noi. Clarke è probabilmente l'autore che va più vicino all'estraniazione totale tra gli elementi umani e quanto narrato. Nel primo libro della saga di RAMA un corpo celeste non identificato si avvicina al nostro pianeta, e per quanto gli umani tentino di contattarlo, questo pare completamente indifferente a noi, persino quando una missione spaziale porta alcuni astronauti esploratori sulla sua superficie. Eppure, anche in queste storie l'elemento umano esiste, ed affascina perché, per una volta, non è al centro della vicenda, anzi... è totalmente ignorato da un 'personaggio' principale completamente impermeabile alla nostra comprensione. 
Però l'elemento umano è presente, e funge da anello di congiunzione.
In RAMA il lettore non può immedesimarsi nel protagonista, ma può comunque fungere da spettatore attivo, e può affascinarsi, incuriosirsi, vivere la vicenda come se potesse assistere all'evento direttamente. Ed è questo il legame che si deve tentare di stabilire, sfruttando ciò che è insito in noi stessi, fosse anche con sotterfugi astuti, ma comunque non dimenticando mai la nostra natura.

Da qui sorge il suggerimento di mantenere sempre un legame 'umano' all'interno della vicenda. Inserire personaggi, o umanizzarne i comportamenti, le emozioni, il modo di agire, sono una strategia efficace, capace di far compiere un passo in avanti nella conquista del lettore, e della sua fedeltà.



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martedì 27 settembre 2016

Certe volte mi faceva anche un po’ pena.

Glauco Silvestri
Certe volte mi faceva anche un po’ pena. Si aggirava nel mondo dei grandi armato solo dei suoi ideali da boy-scout e, una volta che si era reso infine conto che certe leggi – cascasse il mondo – non potevano essere applicate, gli era rimasta dipinta in volto un’espressione dapprima un po’ attonita, come chi scopre che il passo delle Termopili non esiste piú, e poi vecchia e stanca. Era diventato, come gran parte dei poliziotti, un vero esperto nell’applicazione discrezionale della legge, ma non corrotto.

Il caso sbagliato (Einaudi. Stile libero. Noir) (Italian Edition) (Crumley, James)
Posizione 982-985


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lunedì 26 settembre 2016

Tre Grandi Classici - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Mi basta pensare a La Stangata per avere in testa la sua colonna sonora. Newman e Redford sono volti imprescindibili per interpretare i personaggi di questo film favoloso. Siamo in Illinois, nel 1963, e Johnny Hooker e il suo amico Luther sono due maghi della truffa. Giocare col fuoco però è rischioso e quando a essere truffato è un pericoloso gangster, allora il rischio di rimetterci le penne diventa reale. Luther paga questo enorme pegno... ma Hooker non ci sta, e coinvolge un vecchio amico del compagno morto, ovvero Henry Gondorff, per organizzare una vera e propria stangata, e mettere in ginocchio il boss colpevole dell'omicidio.
Ritmi blandi, riflessivi, con un crescendo di tensione mano a mano che la truffa viene preparata. Gli attori agiscono con la classe d'altri tempi, si vede che non è un film tutto action e poco cervello come quelli di oggi. Qualcuno tra le persone che conosco ci ha provato... Ma è imparagonabile con lo sbrilluccicante Now You See Me di oggi. La stangata è davvero un grande film!

E anche de Il Ponte sul fiume Kwai non posso che fischiettare il motivetto. 7 Oscar non sono mica uno scherzo. Siamo durante la guerra mondiale (n.d.r. La prima), in Birmania. Il colonnello inglese Nicholson si arrende ai giapponesi come da ordini superiori. Il suo manipolo di uomini viene mandato in un campo di prigionia sperduto nella jungla, comandato dal severo Saito. Quest'ultimo ha avuto ordine di far costruire un ponte sul fiume Kwai, per permettere un più rapito spostamento delle truppe, e ovviamente, il colonnello Nicholson non ha alcuna intenzione di aiutarlo. Lo scontro tra i due comandanti è psicologico, e soprattutto fisico... E solo dopo un lungo scontro tra titani l'inglese capitolerà e accetterà di collaborare, anche per il bene dei suoi uomini. La costruzione del ponte è però un'opera immane, al punto che i due ufficiali dimenticheranno le rivalità perché ispirati dal desiderio di riuscire a costruire quest'opera architettonica. Solo a ponte ultimato Nicholson ricorderà che il ponte andrà a vantaggio dei suoi nemici, e nonostante ciò tenterà con tutte le forze di salvarlo dall'attacco dinamitardo di un commando americano, giunto fin lì proprio per abbattere il ponte.
Film intenso, pregno di emozione e di determinazione, interpretato magistralmente. Risente un po' degl'anni che porta sulle spalle. E' lento, molto lento, ma la storia rimane ancora oggi molto avvincente.

Terzo, ma non sicuramente ultimo tra i tre film di cui parlo oggi, è Taxi Driver. In questa pellicola recitano due mastini del cinema. Un Robert De Niro astro nascente del cinema, e una giovanissima Jodie Foster ancora alle prime esperienze. La vicenda è quella di Travis Bickle, reduce del Vietnam, solitario, che essendo sofferente di insonnia si fa assumere come tassista per i turni di notte. Una notte, durante il lavoro, conosce la bella Betsy, impegnata nella campagna politica del senatore Palantine. Quasi la conquista, ma una gaffe offensiva fa sì che la ragazza si allontani definitivamente. Confidandosi con un amico, Travis matura la malata idea di uccidere Palatine. Il motivo reale è ovviamente quello di rivedere Betsy, ma le sue intenzioni vengono bloccate dalle guardie del corpo, che lo mettono in fuga. Il tassista si rifugerà allora dalla giovanissima Iris, una prostituta di 13 anni, conosciuta un giorno, quando cercava di sfuggire al suo protettore. Armato fino ai denti, il tassista fa una strage della banda che tiene in 'prigionia' la giovane Iris. Ciò lo fa diventare una sorta di eroe. Tutti lo guardano con rispetto, e persino Betsy gli si riavvicina, ma la lunga convalescenza in ospedale gli fa capire di essere un lupo solitario, e che il suo destino sono le strade di New York.
Potente, spietato, intenso. Un grande film che non ha bisogno di tanti commenti. Un Must To Have!



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domenica 25 settembre 2016

Kung Fu Panda 3 - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
La sensazione è che alla Dreamworks si è deciso di orientare il cartoon verso un target molto giovane di spettatori con Kung Fu Panda 3. Deriva già visibile con il seguito del primo film, che invece era pensato per piacere proprio a tutti, grazie a una trama azzeccata, a momenti di divertimento, a momenti zen, e a un assieme di contenuti che poteva essere gustato su più livelli.
Il terzo film di questa saga si propone per lo più come un assieme di gag divertenti allacciate tra loro da un sottilissimo fil di lana, che poi sarebbe la trama di questa vicenda.

Nulla di originale. C'è il solito super cattivo da sconfiggere, un super cattivo che ce l'ha proprio con tutti i guerrieri di Kung Fu, e in particolar modo - ovviamente - con il guerriero Dragone. Se nel primo film c'era il primo discepolo di Shifu, se nel secondo ci fu colui che separò Po dalla sua comunità di Panda, ora abbiamo a che fare con Kai, amico e nemico del maestro Oogway. Nel mezzo mettiamo il riunirsi tra Po e Li, ovvero suo padre, e il ritorno del guerriero dragone al villaggio dei Panda, dove viene accolto, e dove viene istruito a essere un Panda. 

Niente Pathos, niente grandi emozioni, solo gag divertenti, piroette, combattimenti e un vago sentore della filosofia Kung Fu di cui invece era intensamente impregnato il primo film. Molto superficiale anche la gestione del rapporto di parentela tra Po, Li e l'usurpato da ruolo paterno Ping. 
Per l'amor di Dio, il film è divertente e si guarda dall'inizio alla fine. Strappa diversi sorrisi, ma non certo risate a crepapelle. E' evidente che manca qualcosa, e che questa terza puntata, come ahimè accadde anche con Shrek, è una forzatura commerciale.

A ogni modo non è da ignorare. Il film è godibile, e... Basta! 



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sabato 24 settembre 2016

La Torre delle Ombre - #Recensione #Libri

Glauco Silvestri
Quanto tempo è trascorso da Il Diciottesimo Vampiro? Il mondo era molto diverso allora, e nonostante la comparsa improvvisa dei vampiri, ancora si viveva come tutti quanti noi sappiamo, con la canonicità delle nostre abitudini quotidiane. Poi le cose sono precipitate, lo sappiamo tutti, e il mondo non è più stato quello che conoscevamo... Tanto che né La Torre delle Ombre, persino i vampiri devono temere la 'cattiveria pura' che solo un essere umano è capace di sprigionare.
L'unica certezza rimangono Claudio e Vergy, che vivono la quotidianità come fossero residui di un mondo che non c'è più, adattandosi, o meglio, restando in disparte in attesa di chissà qual... Ed ecco che compare Mathew! Ve lo ricordate il nano con le bombe a mano in tasca? Ecco, ora è uno che comanda, uno dei sopravvissuti, uno che si è adattato al nuovo mondo.
Però anche Mathew ha i suoi problemi, problemi di cuore, a quanto pare per una vampira. La 'ragazza' è stata rapita da Leon, un tizio malvagio all'ennesima potenza e, non volendo essere coinvolto direttamente - visti i suoi intrallazzi economici con Leon stesso - chiede ai suoi ex compagni di mille avventure di agire al suo posto.
E la ragazza viene salvata... Solo che la vendetta di Leon è... Inimmaginabile, dirompente, inarrestabile, e porta morte ovunque Claudio e Vergy pongano i loro piedi.

Il libro ha un avvio lento, crescente, nell'intento di costruire una aspettativa che poi - posso confessarlo? - verrà tradita da un colpo di scena capace di rivoltare ogni concetto visto e letto nelle pagine precedenti. La vicenda funziona, anche se pare un po' forzata. Manca la naturalezza dei primi libri, e si nota una certa stanchezza dei personaggi, e una certa ripetitività degli schemi narrativi. 

Ovviamente, il meglio della narrazione non è nella trama, bensì nei due personaggi principali, ovvero Claudio e Vergy, coloriti, spietati, con una coscienza, dai... Già li conoscete, vero?

Però qualcosa stona. Ahimè il romanzo rimescola parecchio le carte durante l'intera preparazione del gran finale, e poi quest'ultimo dura davvero un attimo. Non posso spiegarvi nulla di ciò che avviene sulla cima della torre ma... Ammetto che finisce tutto troppo velocemente, e per quanto poi ci siano le spiegazioni, e le reazioni dei nostri due eroi, be' un pochino rimane l'amaro in bocca.

Amaro in bocca... Ma una buona cena non è giusto che sia terminata con un bicchierino di amaro? E quindi non lamentiamoci. Il libro si legge bene, veloce, con il solito stile asciutto e diretto dell'autore. Un bel divertimento, e una lettura che rimane degna delle avventure di Claudio e Vergy. Per cui... Bravo Vergnani. Bel libro, divertente, e perfetto per l'estate che, ahimè, è appena finita.




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venerdì 23 settembre 2016

Last Man (Vol.2) - #Fumetti #Recensione

Glauco Silvestri
Come promesso eccomi a parlare del secondo volume di Last Man. Le impressioni avute con il primo capitolo della saga non cambiano di molto in questo secondo capitolo. Lo stile del disegno è ovviamente il medesimo, stilizzato con un occhio strizzato allo stile nipponico. La trama è lineare e piuttosto prevedibile. Lo humor è sottile, nel senso che poi non diverte poi così tanto.

Di pregio rimane l'origine europea (n.d.r. Francese), un po' di curiosità verso l'accoppiata di personaggi così peculiare, e una ambientazione mixata tra i regni mistici e/o magici, e quelli più prettamente europei, sia medievaleggianti, sia dei giorni nostri.

La trama del secondo volume è ovviamente prevedibile. Il torneo continua, Adrian e Richard arrivano in finale, e dopo un briciolo di difficoltà, vincono. Nelle ultime pagine un paio di colpi di scena per tenere acceso l'interesse del lettore:

  • Richard Aldana se ne va con la coppa;
  • Adrian e la madre lo seguono a cavallo di una moto;
  • Qualcuno sta seguendo Richard Aldana.
Cosa accadrà nel prossimo volume? Io non lo so, perché qui si ferma la mia esperienza con Last Man, e non acquisterò il numero 3.



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giovedì 22 settembre 2016

Fotografare attraverso una rete - #Fotografia #Tips

Glauco Silvestri
Come fotografare un soggetto che si trova al di là di una rete? Ecco la risposta.

Nel caso non sia possibile avvicinarsi a sufficienza alla rete in modo tale che l'obiettivo riesca a scattare attraverso le sue maglie senza che queste compaiano nell'immagine...

Scegliete un teleobiettivo dal vostro corredo. Assicuratevi che la vostra distanza dalla recinzione corrisponda più o meno a quella che intercorre tra il vostro soggetto e la succitata rete. Uno zoom, o un super-tele possono venire utili se le distanze diventano grandi.

Impostate la fotocamera su Av (Priorità di Diaframma) e regolatela in modo che si abbia la maggiore apertura possibile (Valore di Fuoco basso). Mettete a fuoco.
Scattate.
Attenzione alla luce! Non usate il flash. La rete potrebbe riflettere la luce del flash e produrre effetti indesiderati sull'immagine finale. Fate anche attenzione che la rete non rifletta la luce solare. In questo caso, per essere sicuri che il sole non vi possa dare noia, osservate le ombre al suolo e fate attenzione al fatto che esse non siano di fronte al soggetto (n.d.r. in quel caso il soggetto potrebbe risultare in ombra rispetto a ciò che lo circonda, e la rete potrebbe tornare in evidenza). Nel caso il sistema Auto Focus venga ingannato dalla luminosità della rete e non permetta la messa a fuoco del soggetto, passare in manuale.



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mercoledì 21 settembre 2016

Tecniche Storytelling (parte 8): Linguaggio Naturale - #Corso #Scrittura

Glauco Silvestri
E' giunto il momento di affrontare un tema scottante, ovvero il linguaggio usato nella narrazione. Con questo non ho intenzione di dirvi come va scritto un romanzo, bensì porre l'attenzione sul fatto che certe scelte debbano essere ponderate con attenzione.

Il linguaggio comune è mutato parecchio nei secoli, lo sappiamo tutti quanti, e anche in letteratura, il linguaggio ha subito metamorfosi che sono andate di pari passo con quanto avveniva nella vita reale... Ma la metamorfosi è avvenuta in modo differente in quanto la letteratura ha una variabile in più di cui tenere conto... O meglio, molte variabili in più da tenere conto.
In primo luogo bisogna considerare il linguaggio che l'autore predilige per scrivere. 
Può essere pomposo, snello, moderno, classico, attuale, stringato, o ricco di aggettivi (n.d.r. Da sconsigliare...). Dipende dalla cultura dell'autore, dalle sue predilezioni, dal suo modo di raffrontarsi con gli estranei, dal tipo di impatto che si vuole avere sul pubblico, dal tipo di pubblico a cui è diretta l'opera. Meglio evitare di scrivere un racconto per bambini con un linguaggio forbito, così come è meglio evitare l'uso di un linguaggio troppo semplice in un'opera rivolta ad adulti. Va raggiunto il giusto equilibrio tra predisposizione-genere-target.
Da un certo punto di vista lo scrittore tende a creare un proprio stile. E' giusto così perché il proprio stile permette ai lettori di riconoscerlo, di distinguerlo dagli altri scrittori, di preferirlo, o eventualmente di 'non preferirlo' in base ai gusti. Lo stile può essere definito da molti fattori, alcuni personali, altri più oggettivi. Alcuni parametri classici che definiscono lo stile di uno scrittore sono:

  • Lunghezza dei periodi;
  • Interpunzione;
  • Complessità lessicale;
  • Capacità di Sintesi;
  • Capacità descrittiva.
La narrativa moderna, in base alle statistiche (n.d.r. Sempre che siano affidabili...), predilige l'uso di periodi brevi, e di conseguenza con pochi segni di interpunzione, e una sintesi evidente nella narrazione. Si ama ancora molto la capacità descrittiva, ma si pretende che essa non sia troppo estesa, così da dare maggiore respiro all'azione e alla narrazione vera e propria. La complessità lessicale è sempre meno amata, forse per via del sempre minor tempo da dedicare alla lettura, e alla concorrenza dei dispositivi digitali, che abituano le persone all'immediatezza, alla semplicità, a un linguaggio per icone, simboli, e che vada dritto al dunque. 


Non basta però tenere conto del proprio 'stile narrativo', del proprio linguaggio. Bisogna anche inoltrare il proprio studio ai personaggi dell'opera che si sta scrivendo. 
E la seconda cosa di cui tenere in conto, ma che spesso viene sottovalutata, è il linguaggio del corpo dei personaggi
Già! Perché, a meno che non stiate scrivendo una sceneggiatura, va ricordato che i personaggi di un romanzo devono agire proprio come se fossero persone vere. Per questo consiglio di leggere qualche testo al riguardo (n.d.r. Potete partire da qui), per questo consiglio di studiare anche il periodo storico in cui la vostra vicenda è ambientata, perché gli usi e i costumi possono andare a interferire sulla gestualità, l'emotività, e la comunicazione 'fisica' tra le persone.
La regola aurea della narrativa moderna è per l'appunto: Scrivere di ciò che si conosce.
E se si vuole scrivere di qualcosa che non si conosce, è necessario documentarsi il più possibile, ed evitare di inventare o andare a intuito, perché se ai tempi di Salgari questo metodo non veniva colto in fallo grazie alla poca cultura, o alla poca informazione generale, oggi verreste subito sbeffeggiati. 

Tornando quindi al linguaggio, è evidente che l'autore sappia come i personaggi debbano muoversi all'interno del 'suo mondo', come debbano esprimere le proprie emozioni e... 
Questo è il terzo punto da tenere in conto: il linguaggio verbale dei personaggi.
Anche se la vostra storia è ambientata ai giorni nostri, non potete dare per scontato che i personaggi parlino esattamente come voi. Nelle aree rurali spesso si ricorre ancora al dialetto, e nelle zone urbane molto spesso si incontrano forme gergali molto localizzate, spesso tra i giovani, che possono mutare notevolmente anche da quartiere e quartiere. Bisogna quindi conoscere perfettamente i propri personaggi, l'area in cui vivono, e il modo di parlare che è tipico di quella zona, in base anche all'età del personaggio stesso - non dimenticatelo - perché una persona adulta difficilmente parlerà come un teenager, e probabilmente avrà anche qualche difficoltà a comprendere i teenager stessi quando parlano tra loro. Va inoltre tenuto conto che ogni personaggio deve avere il proprio linguaggio, che ne sarà la sua nota distintiva quando i dialoghi diventeranno più fitti, e dove non sarà possibile sottolineare troppo spesso chi sta parlando per evitare un appesantimento della narrazione.
Non va sottovalutata neppure la provenienza, o le origini, dei personaggi. Bisogna saper identificare le persone anche attraverso il loro modo di parlare, il loro lessico, il loro linguaggio. Ogni persona è unica, che sia essa reale, che sia essa inventata.

Questo discorso diventa ancora più importante se si va indietro nel tempo. Non solo il linguaggio usato dai personaggi muta rispetto a quello dei giorni nostri, ma anche il lessico cambia. Spariscono parole di uso comune oggi, e compaiono parole oggi divenute desuete.
Non bisogna lasciare nulla al caso, altrimenti si cadrà nell'errore, e quell'errore sarà notato.
Potrà essere un errore piccolo e perdonabile, oppure qualcosa di più grosso che potrebbe segnare il successo o il fallimento del vostro lavoro.

Vi ho spaventato? Spero di no, perché a parole è più complesso che nei fatti. E' sufficiente documentarsi, leggere, fare ciò che probabilmente siete già abituati a fare. Certe cose verranno automatiche, altre vi chiederanno un briciolo di impegno in più, ma vi aiuteranno a crescere in esperienza e bravura.



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martedì 20 settembre 2016

Con una birra in mano!

Glauco Silvestri
Io passavo le giornate nella fraternity house a guardare la Tv con una birra in mano, a leggere con una birra in mano oppure a giocare a poker (con una birra in mano).

Il caso sbagliato (Einaudi. Stile libero. Noir) (Italian Edition) (Crumley, James)
Posizione 968-969


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lunedì 19 settembre 2016

Le regole del caso - #Libri #Recensione

Glauco Silvestri
Chi è appassionato di fotografia dovrebbe leggere Le regole del Caso. Si tratta di un volume realizzato da Will Ronis, noto fotografo del '900, che propone l'analisi di 120 foto attraverso la diretta descrizione dell'autore. Si tratta di immagini più o meno note, sono molto rappresentative del percorso d'apprendimento, del metodo, del modo in cui Ronis affrontava la sua professione, e la sua passione.

Ronis comincia a scattare foto da bambino, quando il padre, anche lui fotografo, gli regala una 'compattina' per giocare. Da lì, Will ha intrapreso la medesima carriera del padre, diventando uno dei nomi più noti della fotografia francese e mondiale. Nel libro si possono osservare foto scattate nei suoi primi anni di attività, e anche foto recenti (n.d.r. Il fotografo è morto solo di recente, nel 2009). Ognuno degli scatti - come già ho fatto notare - è descritto e spiegato da Ronis stesso.
Ma Ronis fa di più con questo libro, definisce degli elementi fondamentali a cui il fotografo, che sia semplice appassionato, dilettante, sfegatato, e anche professionista, non può esimersi da seguire. Elementi che si intrecciano, a volte, e che comunque sempre forgiano il carattere del fotografo stesso.
Parliamo delle cinque parti in cui il libro è diviso, ovvero:

  • Pazienza;
  • Riflessione;
  • Caso;
  • Forma;
  • Tempo.

Già, perché il fotografo non deve accontentarsi del primo scatto. Deve avere Pazienza e attendere che ogni elemento sia al posto giusto. E' evidente che a volte, specie nella 'street', non basta la pazienza, ma ci vuole anche Tempo e Caso. Ovvero, si deve avere tempo a disposizione, e il Caso deve far sì che in quel Tempo disponibile gli elementi si mettano proprio come il fotografo vuole. Ed è per questo che una foto va pensata (n.d.r. Riflessione). Non bisogna accontentarsi di notare qualcosa e scattare immediatamente la foto. Bisogna studiare l'inquadratura giusta (n.d.r. Forma), girare attorno al soggetto, attendere la luce giusta, sperare che gli elementi vivi si dispongano nel modo ideale, o nel modo immaginato dal fotografo.
Ronis ci racconta come gestire questi cinque elementi attraverso esempi pratici, attraverso le sue fotografie, i provini, le foto scartate e quelle scelte... Già, perché è sempre meglio fare più di una foto e non accontentarsi della prima scelta.

In un epoca in cui tutti si concentrano sulla tecnica, questo libro va letto perché bisogna comprendere che non sono solo l'obiettivo luminoso, il sensore più performante, le scelte di apertura/tempo/sensibilità ideali, a fare una bella foto. Ci vuole l'occhio, la capacità di trasmettere un messaggio, la capacità di costruire qualcosa con le immagini. Come afferma lo stesso Ronis nel libro, una foto efficace è una foto che riesce a trasmettere a chi la guarda ciò che il fotografo provava al momento dello scatto.

Si tratta di una pubblicazione davvero interessante. L'unico difetto, probabilmente, è il formato scelto per la stampa, che non permette di studiare bene le immagini, e soprattutto i provini, spesso molto piccoli e poco risoluti. Per il resto... Lo consiglio!




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domenica 18 settembre 2016

Buffy, l'ammazza vampiri - #Film #Recensione #SerieTV

Glauco Silvestri
Riguardo a Buffy credo di aver scritto diversi post. Ho parlato del film, una commedia con un cast molto interessante; ho parlato di I'm the Slayer, un mio vecchio blog-racconto ispirato a quella serie televisiva; ho parlato de L'albero dei Corvi, ebook conclusivo de I'm the Slayer... 
Insomma, Buffy è probabilmente la mia serie televisiva preferita.
Lo è per tanti motivi. Probabilmente perché rivoluzionò un pochino la dinamica delle serie televisive quando uscì, ed è accaduto molto tempo fa. Probabilmente perché sin da subito ebbi una cotta per Sarah Michelle Gellar. Probabilmente perché c'era humor, c'era horror, e soprattutto era piuttosto creativa e originale.

L'episodio più bello è probabilmente il numero 107, la sesta stagione se non erro, apparso in televisione per la prima volta nel 2001, dove l'intera puntata fu girata come fosse un musical... davvero eccezionale!

Un assaggio di quell'episodio

Suppongo che la trama della saga la conosciate tutti quanti, vero? Vero? No? Ok, allora provo a riassumerla velocemente. Sin dalla notte dei tempi, il male, su questo pianeta, è sempre stato combattuto da una giovane ragazza, nota come "la cacciatrice". Di generazione in generazione, quando una cacciatrice moriva (per colpa di un demone, solitamente, ma anche di vecchiaia), un'altra ragazza dell'età giusta acquisiva il potere. Assieme alla cacciatrice, solitamente, esisteva la presenza di un osservatore, ovvero di una persona estranea alla lotta, ma in grado di istruire la cacciatrice nel suo ruolo. Ebbene, di millennio in millennio, il potere passa di mano in mano fino a giungere a Buffy, una liceale scalmanata trasferitasi di recente a Sunnydale perché... Be', aveva dato fuoco al precedente liceo dove era stata.
Sfortuna vuole che a Sunnydale sia presente la 'bocca dell'inferno', ovvero un antico accesso all'inferno, chiuso da millenni, che i mezzi demoni cercano di aprire per poter permettere ai 'veri' demoni di conquistare la terra. Ovviamente, Buffy, ingnara di tutto quanto, si ritrova in mezzo a un bel problema. Fortuna vorrà che il suo osservatore sia anche il bibliotecario del liceo, e che i suoi unici due amici la aiuteranno nell'impresa di combattere il male.

La saga è interessante perché acquista spessore nel tempo. Se la prima serie è spensierata tanto quanto può essere spensierata una ragazzina di quindici anni, poi le cose cambiano di anno in anno, di serie in serie, con il crescere della protagonista, che lentamente diventa donna, combattente, e sempre più adulta, e con il crescere delle difficoltà. Buffy si troverà di fronte a ostacoli insormontabili, dovrà sacrificare sé stessa, la sua famiglia, i suoi amici, i suoi amori. Affronterà anche... Ma vi sto svelando troppo. Sappiate che è una saga che diventa più adulta mano a mano che i personaggi diventano più grandi. Un po' come accade anche in Harry Potter. Ma ovviamente le due storie sono molto diverse tra loro.

Se non vi ho ancora convinto... Provo a giocare il Jolly: La regia, l'idea, e lo script originale, sono di Joss Whedon.



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sabato 17 settembre 2016

Life on Mars - #Film #Recensione #SerieTV

Glauco Silvestri
Il cofanetto di Life on Mars (BBC)
Oggi vi parlo di due serie televisive, omonime, con una trama non molto dissimile tra loro, ed entrambe davvero ben realizzate. Parlo di Life on Mars, produzione BBC del 2006, e Life on Mars, produzione Americana del 2008.

Di cosa parlano queste due serie televisive? Siamo ai giorni nostri. Un agente di polizia, a causa di un incidente, viene portato in urgenza all'ospedale, e cade in coma.
Al suo risveglio si trova nel lontano 1970, tutti lo conoscono, fa il poliziotto lì, ed è perfettamente integrato in quel mondo, a parte il fatto che lui abbia ancora i ricordi della sua vita negli anni 2000, e non si riconosca affatto nella persona che tutti gli altri vedono in lui.
Per non farsi credere pazzo, asseconda ciò che lo circonda, e comincia il suo mestiere di poliziotto negli anni settanta. Ovviamente sono anni molto differenti, la polizia è molto differente, le persone sono molto differenti, e persino le tecnologie sono molto differenti. I suoi metodi di indagine appaiono strani, e ogni tanto fa riferimento a cose - tipo il telefono cellulare, o internet - che gli altri non possono ancora neppure immaginare. Per ciò la sua vita è difficile, e solo perché è inserito in una equipe un po' bizzarra, il poliziotto viene più o meno accettato. In fondo è bravo nel suo lavoro, anche se è un po' strambo.
Il problema più grosso è che ogni tanto ha come delle visioni, dei black-out, delle connessioni più o meno surreali con il 'mondo reale'. In certi momenti crede addirittura di essere schizofrenico, in altri di essere stato intrappolato da qualche entità superiore perché... Perché stava indagando su qualcosa che doveva rimanere ignoto. Insomma, l'agente è a cavallo tra pazzia, realtà, e la convinzione di venire dal futuro.

Il cofanetto di Life on Mars Americano
Le due serie si distinguono non solo per la perfetta ricostruzione storica delle ambientazioni, dei caratteri, degli stili di vita. 
Le due Serie si distinguono soprattutto per il finale.
Se la BBC ha infatti optato per un qualcosa di più onirico e misterioso, gli Americani hanno preferito una soluzione più tecnologica e surreale.
Tra le due scelte io preferisco la versione inglese, così come sono più affine alla sua rappresentazione 'europea' del 1970. Però è evidente che anche la variante americana non mi dispiace, perché ha quel pizzico di sci-fi in più, e un pizzico di misticismo in meno.
Alla fine, delle due varianti, quella che meno 'aggredisce' la sospensione dell'incredulità (n.d.r. Una degli impegni non scritti che esiste da sempre tra scrittore e lettore) è quella americana... Del resto la versione inglese soffre anche di una 'troncatura improvvisa' sul finale, forzata dal fatto che l'attore protagonista voleva passare ad altri lavori e non era più intenzionato a proseguire con la serie, che aveva ancora potenzialità per sviluppi futuri.

Nota: Il titolo della serie è ispirato alla canzone di David Bowie Life on Mars? del 1971 ma divenuta celebre nel 1973, anno in cui la serie è ambientata. 

Il cofenatto di Ashes to Ashes (BBC)
Dalla versione inglese, questa è una nota a margine, fu creato anche uno spin-off, Ashes to Ashes, che però non ho mai visto molto, giusto qualche sporadica puntata su Rai4, e di cui ho sentito pochissimo parlare. E' coetanea del remake americano, ed è ambientato nel 1980, ovvero dieci anni più tardi rispetto a Life on Mars.
Il protagonista, in questo caso, è una donna. La trama ricalca quella di Life on Mars, ovvero la poliziotta viene proiettata nel passato dopo essere stata colpita da un proiettile, e si collega con la serie ufficiale in quanto si ritrova a dover lavorare nello stesso team in cui aveva lavorato Tyler - il poliziotto di Life on Mars - nel 1970.
Il cast è quindi parzialmente rispettato. La ford Capri rossa di Hunt è sostituita da una Audi Quattro, ovviamente rossa, e i riferimenti alla serie originale sono moltissimi, ma la serie mantiene comunque una struttura a sé stante, e soprattutto, aggiunge a quanto già visto, anche le difficoltà di una donna in un mondo estremamente maschilista quale era Manchester negli anni 80.


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venerdì 16 settembre 2016

Last Man (Vol.1) - #Fumetti #Recensione

Glauco Silvestri
Dopo aver letto una recensione convincente di questo fumetto francese mi sono convinto ad acquistarne il primo volume di Last Man per farmi un'idea, e magari scovare qualcosa di un po' diverso dal solito da leggere.
La premessa poneva il lettore di fronte a uno strano mondo in cui si mescola una ambientazione zen, magia, e roba dei nostri giorni. Il contesto è un torneo di lotta in un regno disperso chissà dove. Il torneo è una gara a squadre di lotta, ove si mescolano diverse discipline, sia tecniche, sia magiche. Le regole sono banali, si viene eliminati se si esce dal 'quadrato' di lotta, si vince se l'avversario esce dal medesimo confine. Adrian è ovviamente iscritto al torneo, e forse è il più piccolo a partecipare. Il suo compagno di lotta, Vlad, si ritira all'ultimo minuto perché si sente male, e così anche Adrian si trova a non poter partecipare... Non fosse che uno straniero dai modi piuttosto rudi ha bisogno pure lui di un compagno, e così ecco che entrambi si ritrovano iscritti e pronti alla lotta.

Il disegno è troppo semplice, per certi versi ricorda Tin Tin. Va meglio con la 'regia', le inquadrature, i movimenti, l'espressività dei personaggi. Ricorda un po' i manga, si ispira probabilmente a Naruto, e quel poco di novità si assapora inserendo un personaggio rude in mezzo a un popolo elegante, zen, dalla cultura orientaleggiante, o medievaleggiante, a metà strada tra gli elfi, i regni di Artù, gli imperi nipponici, e non so che altro.

Diciamo che non mi ha convinto al 100%, però il primo volume non porta i due lottatori fino alla fine del torneo, per cui - più per curiosità che per altro - ho acquistato anche il secondo volume (n.d.r. Nei commenti su Amazon è scritto che lì il torneo finisce). Se il primo l'ho comprato su carta, il secondo, per risparmiare, l'ho preso su Kindle. Magari ne parlerò nuovamente su questo blog se ci sarà qualcosa di eclatante da raccontare, o se Last Man mi conquisterà grazie al secondo episodio.

Per ora il mio giudizio rimane a metà strada. Non mi ha stupito, e non mi pare questa gran rivoluzione nel mondo del fumetto. Ecco, sì, posso concedere che per il fumetto 'occidentale' Last Man ha un approccio tutto nuovo, ma 'nuovo' non significa automaticamente che esso sia rivoluzionario, o anche solo tanto bello da essere irrinunciabile. Vedremo cosa mi 'dice' il secondo capitolo di questa saga (n.d.r. Che a sensazione durerà parecchio!).

Note a Margine: Probabilmente il target a cui è piuttosto giovane perché in fondo all'albo sono presenti degli adesivi da collezionare.




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giovedì 15 settembre 2016

Il Ritratto in fotografia - #Fotografia #Tips

Glauco Silvestri
Un ritratto di Natalie Imbruglia
Come ottenere un buon ritratto con la vostra fotocamera? Ecco in breve cosa fare.

Scegliete un obiettivo con focale intermedia. Sulle Full Frame il 50mm è perfetto, sulle APS-C, a causa del fattore di crop, conviene optare per un 35mm o un 24mm. Se possibile scegliete l'obiettivo più luminoso del vostro corredo.

Impostate la fotocamera su Av (priorità di Diaframma) e scegliete l'apertura massima possibile (valore di Fuoco più basso). Ciò vi permetterà di ottenere un bell'effetto Bokeh (n.d.r. Lo sfuocato alle spalle del soggetto).

Impostate la messa a fuoco su Spot, nel punto centrale e mettete a fuoco gli occhi del vostro soggetto.

Scattate!

Occhio alla luce! Evitate di essere contro-sole, altrimenti il volto del soggetto verrà in ombra. Evitate luci laterali sul soggetto, queste potrebbero creare ombre sgradevoli sul viso del soggetto, magari rendendone una parte buia e una luminosa. L'ideale è che la sorgente luminosa sia alle vostre spalle. Se ciò non è possibile, usate il flash per ridurre le ombre indesiderate. Applicate eventualmente un vetro setinato, o un filtro blur, sulla lampada del flash così che la luce sia morbida e non vada ad appiattire troppo il profilo del soggetto. Se il vostro flash è orientabile, e avete superfici attorno a voi che possano riflettere la luce, orientate il flash in modo che il soggetto sia colpito solo da luce riflessa.

Note: Nel caso il vostro soggetto si senta in imbarazzo perché non abituato alla vicinanza del fotografo, prendete in considerazione la possibilità di scattare la foto da lontano con un teleobiettivo, magari cogliendolo all'improvviso, quando non se lo aspetta. In questocaso un 85mm  va già bene per le Full Frame, e di conseguenza il 50mm diventa perfetto per le APS-C. Evitate focali molto lunghe perché questo tipo di ottiche tende ad appiattire tutto ciò che è tridimensionale e ad avvicinare soggetti che si trovano distanti tra loro.


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mercoledì 14 settembre 2016

Tecniche storytelling (parte 7): Effetto sorpresa - #Corso #Scrittura

Glauco Silvestri
Oggi parliamo di una tecnica che va dosata bene, ovvero l'effetto sorpresa. Un certo tipo di letteratura, e la cultura in cui siamo immersi, chi ha abituato ad aspettarci questo colpo di scena durante una lettura, per quanto esso non sia obbligatorio, e a volte finisce che se non 'capita nulla' si abbia un senso di delusione generale, e il libro, o la lettura, ne risentono.
E' come con l'uso di antibiotici: l'abuso di oggi ha fatto sì che gli stessi siano meno efficaci di un tempo perché i batteri sono diventati più resistenti.  
Il lettore si aspetta di essere sorpreso, se non accade ne rimane deluso, e critica il libro come 'prevedibile' o peggio (n.d.r. Anche se poi, fino alla fine della lettura, non ha previsto nulla di quanto ha letto).
L'effetto sorpresa è quindi diventato un elemento quasi imprescindibile in un certo tipo di narrativa.
Ma che cos'è esattamente? Ci viene in soccorso Wikitionary.
Evento improvviso che di solito ribalta la situazione in modo inaspettato, spesso usato nei film o nei libri thriller, horror e maggiormente nei gialli
Si tratta quindi di trovare un modo per ribaltare la situazione. L'autore deve essere in grado di scrivere una vicenda dove gli eventi sembrino percorrere certi binari, per poi azionare uno scambio in un momento strategico, e far virare l'intera narrazione verso un'altra destinazione.
Facile a dirsi, meno a farsi, perché i lettori di oggi sono molto, molto, molto attenti. E' difficile fregarli, ed è difficile sorprenderli. Oramai - credono loro - hanno già visto tutto. Cercano qualcosa di 'nuovo', e se siete esordienti, in voi avranno la massima aspettativa (sangue fresco, mente fresca, profumo di novità...), e di conseguenza saranno più critici rispetto a quanto lo sarebbero con un big della narrativa. 
Siete voi che dovete innovare, non i mostri sacri. 
E questo è un bel peso da portare sulle spalle. Specie se già vi dovete confrontare con un altro elemento che spesso va a braccetto con l'effetto sorpresa, ovvero... La Suspense.

Suspense è un termine inglese - derivante dal francese - che indica un particolare sentimento di incertezza e ansietà verso i risultati di determinate azioni (Fonte: Wikipedia). 
E' un sentimento d'attesa che deve essere percepito durante l'intero racconto, e che deve 'sciogliersi lentamente.

In pratica: l'effetto sorpresa è un evento improvviso che ribalta la situazione in modo inaspettato. La suspense crea uno stato d'attesa crescente. I due elementi vanno giostrati in modo tale che il lettore venga imbrigliato dalla vicenda in un modo tale da provare un vero e proprio stato d'ansia per via della vicenda.
Con questi due strumenti lo scrittore può portare il lettore dove desidera, e poi sconvolgere le sue aspettative in modo prorompente.
L'unico limite di questi potenti strumenti è dovuto all'abuso. Esagerare porta a una situazione di incredulità, o di distacco, e la perdita di attenzione da parte di chi legge. Per questo è conveniente saper dosare ogni elemento con maestria.

Approfondimenti: Qui e qui, ma anche qui.

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martedì 13 settembre 2016

Chi veniva a chiedere il mio aiuto

Glauco Silvestri
Chi veniva a chiedere il mio aiuto finiva sempre per convincermi che il mondo era stupido e laido, crudele e corrotto proprio come pensavo io.

Il caso sbagliato (Einaudi. Stile libero. Noir) (Italian Edition) (Crumley, James)
Posizione 354-355

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lunedì 12 settembre 2016

Il Gladiatore - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Son passati parecchi anni dall'ultima volta che ho visto questo film. Ancora oggi mi chiedo perché tutti i film dedicati all'epopea romana sono di produzione americana. Sinceramente non me ne viene in mente neppure uno... E a mio parere c'è qualcosa che non va, anche perché la storia di Roma fa parte della nostra cultura, non della loro. Ciò non fa che rinverdire una mia vecchia idea che gli italiani non abbiano un senso di appartenenza sufficiente per sentirsi davvero 'italiani', se non di fronte alla televisione, quando gioca la nazionale (n.d.r. E c'è persino chi non tifa Italia quando gioca... Che è tutto dire...). Metà dei problemi del nostro paese nascono proprio da lì, mi sa... Ma lasciamo perdere questo tipo di congetture - che è meglio - e torniamo a parlare de Il Gladiatore.

Siamo nel 180 dopo Cristo. L'esercito romano ristabilisce l'ordine in terra germanica grazie alle capacità di comando del generale Maximus. E' a lui - gli confida Cesare Marco Aurelio - passerà il trono, scavalcando di fatto l'inetto figlio legittimo erede alla carica. Quest'ultimo però, venutolo a sapere, fa in modo che il Cesare muoia prima di proclamare la sua decisione, e ordina di uccidere Maximus e la sua famiglia, in Spagna. Maximus sopravvive al complotto, ma finisce per diventare un gladiatore in una arena di provincia, con l'unico sogno di incontrare nuovamente Commodo, autore della morte della sua famiglia, per vendicarsi.
Vendetta che riuscirà a ottenere, ma a caro prezzo...

Il film spera di raggiungere gli antichi fasti dei film hollywoodiani degli anni sessanta, ripercorrendo le gesta di celebri personaggi della storia, e raccontando una vicenda allo stesso tempo emozionante e drammatica. Ci riesce, grazie a una regia perfetta - Ridley Scott di rado delude - e a un Crowe convincente. Altrettanto bravi gli interpreti, ogni figura è ben costruita e funziona bene. Giusto Commodo, interpretato da Joaquin Phoenix, non mi convince moltissimo, ma va bene così.

C'è poco altro da dire: Film amato e premiato da tutti, da vedere!



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domenica 11 settembre 2016

Due Cartoon impegnati - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Sky Crawlers l'ho scoperto per caso qualche tempo fa. Gironzolavo tra i cestoni di dvd in offerta di una mediateca ed eccolo apparire. Incuriosito, visto il poco prezzo, lo presi, e ne rimasi conquistato sin dalla prima visione. Il ritmo è blando, la storia è riflessiva, il messaggio di fondo lo si intuisce piano piano, per gradi, e solo verso la fine si comprende tutta la logica della vicenda. Per certi versi ricorda Giovani Aquile, per altri ricorda Non Lasciarmi (n.d.r. Il libro, perché il film non l'ho mai visto), ma qui c'è il tratto sci-fi in più, ed è ovviamente un film di animazione. 
La storia ci proietta in un presente ucronico, ove è in atto una guerra mondiale 'sostenibile'. Le nefandezze delle prime due grandi guerre sono ormai dimenticate. A combattere sono le grandi multinazionali, e i soldati sono dei cloni, dei giovani a cui è impedito crescere e maturare, e soprattutto invecchiare. Giovani addestrati al combattimento in una guerra che, non mietendo vere vittime, non facendo reali danni, è diventato uno scontro eterno, quasi fosse un gioco di ruolo, o una competizione commerciale. Il film porta il fuoco su un kildren pilota di aerei della giapponese Rostock. Il conflitto quotidiano contro l'avversaria Lautern (confederazione europa-americana) è quasi monotono nella manchevolezza di emozioni. Però qualcosa accade, forse antichi ricordi emergono, o forse i sentimenti non sono cancellati del tutto... Qualcosa accade, e qualcosa comincia a cambiare nella monotonia del conflitto. Cosa? Lo scoprirete guardando il film. 


Il secondo film di cui voglio parlare oggi è Steamboy. Anche in questo caso siamo in un mondo ucronico. E' il 1866 circa, e siamo alla vigilia della prima Esposizione Universale nella Inghilterra vittoriana. Ray Steam, figlio di una famiglia di scienziati di Manchester, si diletta ad alimentare il suo genio e a creare nuove piccole invenzioni. Suo padre, e suo nonno, sono partiti per l'America per una ricerca molto importante e il piccolo Ray sente molto la loro mancanza, e sogna di poter stare con loro e aiutarli nei loro studi. Un giorno, però, riceve una misteriosa sfera metallica. A mandargliela è il nonno. Da quel momento sono guai. La Ohara Foundation vuole impossessarsi della sfera. Rapisce il ragazzo, lo porta a Londra, e cerca in ogni modo di farsi dire dove essa sia nascosta. Non immaginano neppure che il ragazzo abbia la sfera con sé, ma è proprio a causa loro che Ray capisce come usarla. La sfera altro non è che un contenitore di vapore compresso ad alta densità, ed è capace di produrre una quantità di energia incredibile. A quel punto Ray diventa l'unico ostacolo  alle mire 'malvage' della Ohara Foundation, e... be', per sapere il resto dovrete guardare il film. 
Il regista del film è  Katsuhiro Ōtomo, che immagino conosciate per Akira. La critica, all'uscita del film, rimase un po' di ghiaccio. Steamboy non ebbe il successo sperato, ma in molti credono che sia stato valutato con sufficienza, forse a causa del precedente Akira, e che non gli sia stato dato il valore che merita. A voi spetta dargli una seconda opportunità: lo farete?




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sabato 10 settembre 2016

Secretary - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Ok, lo ammetto: l'altra sera, guardando Secretary, mi sono addormentato, e ho riaperto gli occhi alla scena in cui lei molla le prove di matrimonio per andare a dichiarare il proprio amore all'avvocato. Però ero stanco, davvero stanco, e quindi non do colpe a questo bellissimo e conturbante film; davvero, non è colpa sua!

Di cosa parla il film? Di autolesionismo, di masochismo, di sadismo, di amore, di frustrazione, di emozioni estreme, pure. Per farlo ci viene raccontata la storia di Lee Holloway, giovane, timida, ex paziente di un istituto per cure mentali. Casa sua non è il massimo. Padre alcolista, madre ossessiva... Lei, fin dai dieci anni, aveva cercato di sfogare le proprie frustrazioni provocandosi piccoli tagli, lesioni, sulle gambe. Questo fino all'incidente, quando si tagliò troppo in profondità, e i genitori si preoccuparono al punto di farla ricoverare. Da adulta, ecco che Lee è costretta a frequentare quell'ambiente che l'aveva spinta all'autolesionismo. Se però lei aveva vissuto sino ad allora in un ambiente protetto, i genitori non si sono impegnati molto a risolvere i loro problemi. Così, Lee ricade nelle vecchie abitudini, anche se allo stesso tempo tenta di combatterle. E' in uno di questi momenti che trova un annuncio per segretaria... E visto che lei ha fatto un corso per segretaria, prova a farsi assumere.
Il datore di lavoro è un esigente avvocato, Edward Grey. Avvenente e sadico, l'uomo sembra proprio perfetto per le turbe della ragazza e...

Non vado oltre, tanto ho spoilerato parte del finale all'inizio di questo post! Ottimo film. Conturbante - come sempre - Maggie Gyllenhaal. Molto bravo James Spader. Il film ha pochi attori, grande corpo, contenuti potenti. Tutto si risolve in poche ambientazioni, e tutto funziona perfettamente come fosse l'ingranaggio di un orologio. 

Nessun difetto apparente. Certo... Gli argomenti sono tosti, e alcune scene potrebbero turbare i più puri, e i nudi integrali possono anch'essi andare oltre alla morale di altri. Ma il film è perfetto così.

Infine... Ho scoperto di recente che c'è stato anche un seguito, questo, che però non ho mai visto... Chissà!



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venerdì 9 settembre 2016

Pinacoteca di Cavalese - #Mostre #Recensioni

Glauco Silvestri
Piove: che fare? La Val di Fiemme offre molte attrattive anche nei giorni in cui non si possono fare escursioni ma, in tanti anni, non ero mai andato a visitare la Pinacoteca di Cavalese, ospitata dalla Magnifica Comunità di Val di Fiemme.

palazzo
Il palazzo, già di per sé, merita di essere visitato. Soffitti, mobilio, affreschi... e le prigioni, con le scritte sui muri fatte dai carcerati... tutto ha fascino e trasuda storia. Non si può ignorare di citare una splendida stufa in maiolica nella stanza del vescovo, o la sala consigliare, o la scala a chiocciola coperta da una parete di legno, così che non si possa vedere chi sale e scende. Ma visto che ero andato lì per i quadri, parliamo dei quadri.

consesso
L'esposizione propone un cammino attraverso gli anni della scuola pittorica della Val di Fiemme, che ha origini nel XVII secolo con Giuseppe Alberti, cresciuta dalle influenze della scuola veneziana, e sviluppatasi poi autonomamente grazie allo sviluppo economico della zona. Il maggiore esponente tra gli autori della mostra è Cristoforo Unterperger, commerciante di legname e padre di quella stupenda generazione di pittori d'indiscussa fama e prestigio. Egli si avvicinò all'arte sia come decoratore sia come collezionista, e i suoi figli (n.d.r. Tra cui Francesco) rinvigorirono notevolmente la tradizione artistica della valle con le loro opere originali, e quelle da loro collezionate... Tutte ovviamente esposte nel palazzo.

anticamera
Visitare questa pinacoteca mi ha ricordato le piccole mostre gratuite offerte dal Comune di Bologna, nel palazzo comunale, e tutte dedicate agli autori delle nostre terre. Ne parlai qui sul blog negli anni scorsi, prima della giunta Merola (n.d.r. Che ha il merito di aver portato nella nostra città delle esposizioni di grosso calibro). Camminare attraverso corridoi angusti, salire su piccole scale di legno, ammirare gli affreschi, e i quadri, è stata una esperienza di vera sorpresa per la qualità delle opere, e la loro freschezza artistica.

Un ritratto del pittore
E non si può dimenticare l'esposizione temporanea dedicata a Giuseppe (Bepi) Zanon, pittore di recente scomparsa che dedicò la sua arte alle valli di Fiemme e alla loro natura meravigliosa. Esposizione raccolta in due stanze, dove immagini garbate ed eleganti capaci di mostrare tutto l'amore che l'autore aveva per la sua terra, sono accompagnate da animali impagliati, tra cui un'aquila (rinvenuta in punto di morte nei boschi attorno a Panchià).
Una piccola esposizione interessante, che abbinata al documentario proiettato nella prima sala delle due sale - della durata di pochi minuti, e dedicato alla fauna nelle varie stagioni, ovviamente sempre in Val di Fiemme - amplifica la propria bellezza.



Maggiori informazioni su Bepi Zanon, e sulle sue opere, si possono trovare qui
Maggiori informazioni sulla Magnifica Comunità di Fiemme, il palazzo, e le loro attività, sono disponibili qui.


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