mercoledì 31 agosto 2016

Tecniche storytelling (parte 5): Infodump - #Corso #Scrittura

Glauco Silvestri
Qualche settimana fa abbiamo parlato del metoto Show don't tell. In quell'occasione è saltata fuori spesso la parola Infodump, e in ognuna di quelle occasioni ci siamo detti che saremmo tornati sull'argomento. Oggi siamo arrivati al punto e, come premessa, voglio ricordare che l'Infodump è da evitare, punto!

La parola inglese Infodump nasce dall'unione di altre due parole: Information, ovvero informazione; e Dump, che come sostantivo significa cumulo di rifiuti, mentre come verbo significa accumulare.
Il termine nasce dalla cattiva abitudine, in narrativa, di condensare una quantità eccessiva di informazioni in un'unica parte del romanzo. Un po' come i bei capitoli sulla Peste a Milano, o sulla Guerra del Pane, che troviamo ne I promessi Sposi, molto interessanti a livello storico, ma che spezzano la narrazione in modo traumatico. 
Non ho certamente intenzione di criticare l'opera di Alessandro Manzoni perché bisogna anche contestualizzare l'epoca in cui essa fu scritta, un periodo dove l'informazione non girava via internet o attraverso altri media, e spesso - per far conoscere alla gente cosa stava accadendo nel mondo - era uso comune sfruttare anche la narrativa, in qualità - per certi versi - di testimonianza dell'epoca storica in cui si viveva.
Oggi la narrativa nasce in un contesto molto differente, e lo scrittore deve adeguarsi ai tempi in cui vive... Di conseguenza certi metodi sono divenuti, come dire, desueti.
Immagino che molti obbietteranno che in un racconto di fantasia, ambientato in un mondo di fantasia, lo scrittore ha il dovere di spiegare come funziona il suo mondo... Ed è tutto vero: Lo scrittore ha il dovere di spiegare come funziona il suo mondo. Difatti io ho detto che l'infodump è da evitare, non l'info e basta. E c'è modo e modo per informare il lettore. Vediamo in maniera schematica cosa fare e non fare:

Cosa evitare.
  • Il personaggio che fa lo spiegone. Oramai questa attitudine è persino presa in giro dai cartoon della Pixar (n.d.r. Ad esempio qui). A parte il fatto che uno spiegone sa molto di saccente, e gli saccenti stanno spesso antipatici, i dialoghi fatti in questa maniera sanno spesso di 'manierismo' e di 'falso'. E no, non funziona se fate i furbi e usate un dialogo tra più persone per camuffare lo spiegone. Il lettore non è stupido, e se anche lo fosse, proposta in quel modo non capirebbe comunque la spiegazione che tentate di esporre.
    Ok, in certi - forse tutti - gli ambienti di lavoro c'è sempre il collega sapientone che non vede l'ora di dare una spiegazione a un qualunque evento/fenomeno che accade durante la giornata, anche se fuori luogo, ma ditemi voi: questo personaggio lo evitate o lo cercate di proposito?
  • L'interruzione brutale della narrazione. Se per andare avanti nella storia avete bisogno che il lettore sia a conoscenza di qualcosa, non attendete l'ultimo minuto per poi scrivere pagine su pagine di 'spiegazioni'. Infilate le informazioni un po' alla volta, siate lungimiranti e partite alla lontana, magari con un incipit a volo di gabbiano, o spezzando le informazioni su più capitoli, in piccole dosi.
    Il ritmo della narrazione non deve mai subire brusche frenate.
  • Trasformare la voce narrante in un docente universitario. La voce narrante deve essere una guida, non wikipedia.
Cosa fare.
  • Siate sintetici. Scrivete a parte le info che volete inserire nel romanzo. Rileggetele, tagliate le parti superflue. Rileggetele ancora, tagliate gli eccessi. Rileggetele ancora, semplificate quanto è rimasto.
  • Guardatevi una partita di calcio di Holly e Banji. Durerà circa 10 episodi. 90 minuti di partita condensati... no, espansi su dieci episodi da mezz'ora l'uno. Questa non è capacità di sintesi, ma è sicuramente un buon esempio di infodump. Ecco, voi non dovete fare così. State scrivendo un romanzo o il plot di una telenovela? E se Holly e Banji non vi basta, provate a guardare uno scontro qualunque de I cavalieri dello zodiaco. Anche qui l'azione durerà diversi episodi. E anche in questo caso l'azione è spezzata fino alla noia da ricordi d'infanzia, sofferenze, riflessioni filosofiche, polpettoni eroistici da epopea greca, e quant'altro.
    (n.d.r. Chiedo scusa a tutti gli estimatori dei cartoon citati qui sopra ma...).
  • Tagliate, tagliate, tagliate... Non abbiate paura a tagliare. Conservate solo ciò che è funzionale alla storia.
  • Come ho già detto, siate furbi, spezzate le informazioni e spalmatele nella narrazione, evitate i dialoghi che cammuffano lo spiegone, e le voci narranti onniscienti con una certa tendenza a fare i professori. Sappiate dosare con attenzione informazioni e azione. Bilanciate descrizioni, azioni, e informazioni.
La parola chiave è equilibrio. Lo scrittore deve comprendere che oggi i lettori non hanno più la pazienza di un tempo, e che sono abituati alla velocità delle informazioni, a causa dei media, a causa della vita che fanno, e per questo motivo la narrativa deve seguire questo corso e adeguarsi alle esigenze di coloro a cui si rivolge.
Siate al passo coi tempi...

Non demonizzate, ovviamente, l'informazione. Ma evitate che si accumuli, e che spezzi il ritmo narrativo.


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martedì 30 agosto 2016

Il pensiero di avere dentro di me quell'affare...

Glauco Silvestri
Il pensiero di avere dentro di me quell'affare, quel cazzo, quel manico, quel palo o comunque si volesse chiamarlo, non aveva alcun senso, anche se avessi potuto convincermi di volerlo.

Posizione 4417-4418


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lunedì 29 agosto 2016

Shrek 1,2 e 3 - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Un decrescendo inaspettato. Il primo film, Shrek, era geniale, con tantissimi richiami a favole note e meno note, con un umorismo fine, una ambientazione davvero ben costruita. La storia dell'orco che salva la principessa dal drago, non per sposarla, bensì per poter mantenere la propria casa e non essere cacciato dal principe malvagio. Poi lo scoccare dell'amore, e lo scoprire che un antico maleficio, muta la principessa in orchessa, e... ciuchino! Film perfetto, ottimamente coronato con tanta musica, e un finale a festa davvero speciale.


Il secondo Shrek cavalca la scia del primo. Gli sposi novelli vanno in un paese lontano lontano per conoscere i genitori di lei. Qui compaiono le antiche rivalità, un principe azzurro che vuole a tutti i costi che la principessa sia sua, tanti malefici, strega cattiva, e finale a sorpresa con re ranocchio etc etc 
Film che si guarda volentieri, con ancora alcune trovate geniali, ma che ha perso il mordente del primo. Il Gatto con gli Stivali salva l'intero film. Divertente Q.B. e pace.

Il terzo Shrek era meglio che non ci fosse. Una forzatura che stanca fin da subito. La storia è semplice. Quando il papà di fiona abdica, Shrek rischia di diventare re del Regno Molto Molto Lontano, e non ne ha voglia mezza. Per cui deve trovare un sostituto. Parte con i figli di Shrek che vomitano in continuazione, e si finisce col mischiare favole e leggende, candidando al trono addirittura un giovanissimo Artù. Boh. Manca persino il concerto finale, e i richiami alle fiabe si son persi per strada. Lo scopo è far ridere, ok, ma i primi due film, per lo meno, avevano anche contenuti. No. Lo boccio in toto.

C'è stato anche un quarto film, E vissero tutti felici e contenti. Non l'ho visto, ma segnalo per dovere di cronaca. La trama mostra uno Shrek annoiato che fa un patto con un nano per tornare indietro nel tempo. Non sa che il nano ha altri piani, e difatti, il mondo cambia completamente, e il nano stesso diventa sovrano assoluto di tutto il regno. Poi tocca risistemare l'intera faccenda e... vivere felici e contenti. 

Ecco, probabilmente il decrescendo è dovuto all'altissimo livello con cui era stato realizzato il primo Shrek. Restare a quel livello era dura, e anche le trame complesse non sono sicuramente un punto forte della Dreamworks. Non dico che in casa Pixar avrebbero potuto fare di meglio (n.d.r. Anche lì c'è un calo di idee, visti i sequel orrendi basati su grandi capolavori come ad esempio Cars. Temo persino per il sequel de Alla ricerca di Nemo, che a breve comparirà nei cinema... Solo Toy Story regge bene in tutti e tre i film). Però, dopo il primo, gli altri mi sembrano più una caccia al botteghino, uno sfruttamento del franchise che funziona.

A ogni modo, la quadrilogia completa esiste anche in cofanetto, qui.


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domenica 28 agosto 2016

We Want Sex - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Oggi parliamo di un'altro film dedicato all'emancipazione femminile. We Want Sex è un titolo fuorviante, lo ammetto, ma gioca sul fatto che - durante una manifestazione - uno degli striscioni non fu disteso per bene, e invece della scritta We Want Sex Parity, la gente leggeva semplicemente le pirme tre parole... Ora immaginate, nel 1968, cosa poteva scatenare una scritta del genere sostenuta da un gruppo di donne davanti al palazzo del parlamento a Londra.

Ebbene siamo proprio in Inghilterra. E' il 1968, e la Ford Motor Company è una delle principali aziende americane sul suolo inglese. E in quell'anno l'azienda decide di declassare tutte le operaie donne, da operaie specializzate, a operaie senza specializzazione, decurtandone lo stipendio in modo considerevole. Mentre tutto il resto del paese accetta senza troppe proteste questa azione da parte di Ford, nel piccolo paese di Dagenham si scatena il putiferio. Sotto la guida della loquace e battagliera Rita O'Grady, le 187 operaie tessili della Ford decidono - per la prima volta - di entrare in sciopero, e di organizzare uno sciopero a oltranza, lasciando la Ford senza sedili per le sue vetture.
Particolarità di questo movimento sarà la sua impermeabilità alle ingerenze dei sindacati, più interessati a far rientrare l'allarme che veramente a difendere i diritti dei lavoratori... Ed essendo il primo sciopero tutto al femminile, questo apparirà molto diverso da tutti gli altri. Le sue armi saranno l'ironia, il buon senso, il coraggio, e grazie a ciò riusciranno addirittura a parlare con la deputata Barbara Castle, che le appoggerà nella battaglia, fino a condurla a una insperata vittoria.

Bello, divertente, conturbante, il film ci mostra quanto difficile sia, per una donna, ottenere quanto gli spetta. La paura maschile di essere prevaricati, o di non vedere più riconosciuto il proprio valore, porta a un arrocco deleterio degli uffici del potere, e all'incapacità di vedere i meriti del genere femminile. In questo film si affronta il discorso con leggerezza, forse, ma anche con determinazione. Tanto che alla fine la Ford dovrà cedere, e in seguito - capita l'antifona - diverrà un'azienda simbolo della parità di trattamento dei dipendenti.
Peccato che ancora oggi, anche nel nostro belpaese, uomo e donna si vedano ancora frapposti in questo tipo di battaglie, e che spesso, a parità di ruolo, ancora gli uomini abbiano qualche gratificazione in più. E' una dura lotta, che deve perforare, prima di tutto la cultura, poi il machismo, e quindi la... paura! In fondo uomini e donne vivono e lavorano assieme già da diverse decine di anni, più di un secolo ormai, e questo tipo di differenze si dovrebbero essere sopite, no?

Tornando al film, ben costruito e recitato, con scene divertenti, alcune drammatiche, in un giusto equilibrio capace trasformare un tema scottante ancora oggi in un qualcosa di più leggero e affrontabile senza rabbia o sospetto. Ottimo il cast, favolosi i costumi e la ricostruzione storica. Regia ineccepibile. Che altro?

Guardatelo!


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sabato 27 agosto 2016

Suffragette - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Suffragette si è aggiunto alla mia collezione di film solo di recente. Sono sempre stato affascinato dalle conquiste dei diritti civili, e l'emancipazione femminile - ahimè - è una nota dolente nella storia di ogni nazione, forse ancora lungi dall'essere completata visto che ancora oggi sono necessarie leggi speciali per tutelare la sicurezza delle donne, e soprattutto, visto che in alcuni stati - ancora oggi - non è concesso loro neppure il voto.

In Italia le donne hanno conquistato il diritto di voto nel 1945, ma a fare da apripista fu l'Inghilterra, dove il diritto verrà concesso nel 1928. Il film è però ambientato nel 1912, un decennio prima, a Londra, e ci racconta la storia di alcune donne che combattevano per tale diritto, a loro rischio e pericolo.
Personaggio principale di questa vicenda è Violet Miller, coinvolta nella lotta quasi per caso, e testimone di atroci nefandezze nei confronti delle altre donne che vivono e lavorano nella lavanderia dove lei stessa è impiegata.
A causa della sua attività verrà allontanata da casa dal marito, allontanata anche dal figlio, che il marito - non riuscendo a badare a tempo pieno - si troverà costretto ad affidare a un'altra famiglia. Verrà picchiata, imprigionata, costretta a vivere tra le volta di una chiesa, perché incapace di sostenersi da sola, dopo la perdita del lavoro. Emarginata, non smette di lottare, e...

E' un film tosto. Il cast lo è altrettanto. Il messaggio ancora di più. Se proprio c'è da trovare un difetto, è nella figura di Meryl Streep, nei panni di Emmeline Pankhurst, fondatrice del movimento, ma che nel film compare in sporadici momenti, quasi delle comparsate che difficilmente giustificano il volto della grande star per il personaggio. La regia è abbastanza classica, primi piani, campi larghi durante le manifestazioni, ripresa in prima persona durante i duri scontri con la polizia britannica... Però funziona benissimo. E' un film ben realizzato, con una trama interessante perché mostra la lotta dal punto di vista di una delle attiviste, e non dagl'occhi di chi il movimento l'aveva fondato.

Da vedere assolutamente!



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venerdì 26 agosto 2016

Sole a Catinelle - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Quest'inverno, come moltissimi altri italiani, sono andato (n.d.r. Mi hanno portato...) a vedere Quo Vado?, di Checco Zalone... Ammetto che in quell'occasione ero partito prevenuto, ma alla fine il film mi ha davvero divertito parecchio, ho riso a crepapelle, come poche altre volte mi è accaduto guardando film comici italiani post cinepanettone. Risate come quelle fatte per Il Ciclone, o per Io, loro e Lara. Meno intelligenti di quelle fatte con I laureati... Comunque belle e piacevoli risate, che da tanto non mi scappavano.

Perché allora non provare a recuperare qualche altro film di Zalone? Tra i titoli precedenti, quello che mi ha ispirato di più è Sole a Catinelle... Per cui ho deciso di guardarlo, e questa volta - ahimé - avevo delle aspettative.

Il film ci mostra la famiglia tipica di un italiano medio. Lui è insoddisfatto del proprio lavoro, si licenzia per diventare imprenditore di sé stesso, e finisce per vendere aspirapolvere porta a porta. Lei operaia in cassa integrazione, il bimbo davvero bravo a scuola. I soldi, i problemi di soldi, ovviamente, finiscono per dividere la coppia, tanto che lui è costretto a lasciare casa. Prima di andarsene, però, promette al figlio una vacanza meravigliosa... Se prenderà tutti 10.
E ovviamente il figlio prende tutti 10. Così Checco, che non ha il becco di un quattrino, decide di portare il proprio figliolo in Molise, dove vivono molti suoi zii, sperando di essere accolto in casa loro - gratis - e di vendere qualche aspirapolvere - ovviamente!
Niente da fare però. Il bimbo Nicolò finisce per annoiarsi e chiede a mamma di tornare a casa. Lui non riesce a vendere nulla. Il posto è una roba noiosissima... L'avventura fallisce prima ancora di cominciare, per lo meno finché non incontra Zoe, una ragazza ricchissima, con un figlio dell'età di Nicolò, che ha grossi problemi di timidezza dovuti all'abbandono del padre. Nicolò e il bimbo fanno amicizia, Zoe e Checco fanno amicizia, e la vacanza si trasforma grazie ai soldi di lei.

Mettiamola così: Le scene più belle si vedono già nel trailer. Per il resto non è niente di che. E' una serie di 'già visto', con una regia elementare, da confezione natalizia, che può soddisfare proprio il pubblico da cinepanettone e basta. Io, che i cinepanettoni non li ho mai amati, mi son trovato un po' spiazzato. C'è un abisso tra Quo Vado? e Sole a Catinelle, un abisso incolmabile. Il primo è pungente, e per quanto sempre basato su cliché legati all'italiano medio, funziona. Il secondo è una serie di gag incollate per costruire una trama posticcia basata sul postulato "se prendi tutti 10 ti faccio fare una vacanza da sogno". Un po' poco. 

Certo, si ride ogni tanto. Però...



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giovedì 25 agosto 2016

The Dressmaker - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Al cinema me l'ero perso, così - non appena mi è stato possibile - ho voluto noleggiarlo. The Dressmaker è tutto tranne ciò che pensavo. Visti i trailer, credevo fosse una commedia caustica che metteva a confronto la rozzezza del mondo campagnolo con la raffinatezza del mondo modaiolo... e invece dietro ai vestiti c'è molto di più.

Siamo nel 1951, e Tilly Dunnage torna al paese natio, Dungatar (Australia), dopo lunghi anni di lavoro nei grandi atelier di Parigi. La donna fu costretta ad abbandonare il paesello quando, all'età di dieci anni, fu accusata di aver ucciso un bambino. Di quell'evento la sua memoria non ha traccia ma il paese ricorda benissimo, tanto che sua madre è ormai costretta a vivere relegata in casa sua, malata, e indicata da tutti come pazza (pazzia insorta con la sottrazione della figlia vent'anni prima). Tilly, ovviamente, si presenta con le migliori intenzioni, anche se ostenta una sicurezza tutta europea. Vorrebbe riconquistare gli abitanti di Dungatar, e vorrebbe aiutare la madre negl'ultimi anni della sua vita. Ma ottusità e odio della popolazione nei suoi confronti non riescono a placarsi, e la stessa Tilly finisce per provare analoghi sentimenti nei loro confronti. Per ciò comincia a investigare sugli eventi di vent'anni prima, ancora convinta di essere innocente, e grazie a Teddy, un giovane aitante del luogo - privo di pregiudizi - di cui si innamora, riuscirà a chiarire tutta la faccenda. Peccato che...

Vestiti d'alta moda, pregiudizi, amore, odio, battibecchi, finta amicizia, sabbia, polvere, sporcizia, rivalità latenti, emozioni sopite, questi e molti altri sono gli ingredienti di un film che immaginavo davvero molto diverso. 
E' un film profondo, per certi versi drammatico, pur con un lato ironico che però non conduce mai alla risata sguaiata, e neppure a una risata sonora. E' il sorriso che cerca, per sdrammatizzare una vicenda che ha poco di cui far sorridere. E' una storia gretta e meschina, dove tutti mentono e hanno mentito in passato. Dove regna sovrana l'apparenza, ed è proprio l'apparenza altisonante portata da Tilly che farà crollare ogni muro di ottusità e ostracismo.
Potente, davvero ben recitato, con ruoli difficili, è un film ben costruito, ben pensato, e ben riuscito. Il fascino di Kate Winslet è intramontabile, per quanto non sia più la ragazzina ingenua conosciuta in Titanic. Attrice sopraffina, con una grande espressività, e con una grande padronanza del corpo, che sembra parlare ed esprimere emozioni pure, reali.

Un gran bel film e... A proposito, è tratto dall'omonimo libro, questo qui, che promette davvero bene.



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mercoledì 24 agosto 2016

Tecniche storytelling (parte 4): Ritmo narrativo - #Corso #Scrittura

Glauco Silvestri
La narrativa è cambiata parecchio negli ultimi anni. Se provate a leggere un libro di due secoli fa (n.d.r. Stavo per scrivere del secolo scorso, ma devo ammettere che se devo prendere in esempio testi di fine ottocento, mi tocca saltare due secoli... E ciò significa che sto invecchiando!), tipo Moby Dick, vi renderete conto che - per quanto queste vicende siano molto 'attive' - possiedono un ritmo narrativo molto diverso da quanto viene pubblicato ai giorni nostri.
I romanzi, in quell'epoca, erano più riflessivi, descrittivi, intensi.
Gli eventi erano descritti minuziosamente, sia a livello emotivo, sia a livello estetico e/o esteriore. C'era respiro!
Oggi la narrativa è molto più diretta. 
Segue canoni molto diversi, quasi fosse una competizione, e il lettore è costretto a ritmi da cardiopalma, o per lo meno, a vivere in prima persona, quasi in tempo reale, quanto sta leggendo. Ciò è forse dovuto alla nostra abitudine verso media più immediati, come la rete, la televisione, e la radio. E' impensabile, ai giorni nostri, che per descrivere un personaggio che sale le scale si impieghino due pagine... Oggi al massimo si usano due paragrafi.

Ciò non significa che oggi non si possa utilizzare uno stile riflessivo, ma bisogna tenere conto di cosa si aspetta il lettore. In pratica, la narrativa è una sorta di specchio di come vive l'uomo. Nell'ottocento la vita era più lenta. Non esistevano le telecomunicazioni. O si parlava a quattr'occhi, o si spedivano lettere, che potevano impiegare settimane/mesi per giungere a destinazione. I mezzi di trasporto erano lenti, si andava a piedi, in carrozza, in nave (a vela). Un viaggio Da Londra a New York poteva impiegare settimane. E anche nel secolo scorso, per quanto già la vita fosse più concitata, i tempi erano comunque meno rapidi di quelli di oggi, specie in epoca pre-internet (n.d.r. Mi rendo conto che i più giovani potrebbero non essere vissuti nel periodo in cui internet non esisteva ma...).
Ecco perché bisogna fare molta attenzione al ritmo narrativo.
Una storia troppo lenta annoierà, e alla lunga farà abbandonare la lettura. Una storia troppo rapida potrebbe invece impedire al lettore di seguire appieno la vicenda. Ci vuole il giusto ritmo... Soprattutto, bisogna saper giocare con esso in modo da tenere sempre agganciato il lettore.

Uno schema di come funziona una gara ciclistica
Come si fa? Pensate a una gara ciclistica, tipo il Giro d'Italia. Non è necessario essere appassionati a questo sport per comprenderne le peculiarità. Peculiarità che possono essere applicate anche in narrativa. Il 'Giro' è costituito a tappe (n.d.r. I capitoli). Ogni tappa ha delle difficoltà e un traguardo. Per vincere una tappa bisogna superare le avversità e arrivare primi. Un ciclista, però, può anche perdere delle tappe, e comunque vincere il 'Giro', visto che per vincere il 'Giro' è necessario avere il tempo complessivo migliore. Per cui, se anche in una tappa il ciclista è in difficoltà e non la vince, se poi nella successiva domina e lascia tutti indietro, rimane comunque in lizza per il titolo finale.

Complicato? Vediamo di semplificare. Il nostro personaggio deve vincere il 'Giro', ovvero deve arrivare in fondo al libro e risolvere il dramma, o l'avventura, o la vicenda che avete inventato. Per far ciò dovrà affrontare delle difficoltà. Queste difficoltà potrebbero essere i traguardi intermedi, ovvero le varie tappe del 'Giro'.  
Gestire il ritmo narrativo della vostra vicenda dovrà ricordare quanto ho scritto qui sopra. Ogni capitolo potrà avere componenti concitate, componenti tranquille (n.d.r. Rimanendo in ambiente ciclistico: tappa a cronometro, tappa con scalata di una vetta, circuito cittadino), in modo da variare i tempi della narrazione. Ci dovranno essere ostacoli, piccoli e grandi, in modo da ottenere una sorta di crescendo graduale che porterà al gran finale.

Un altro modo di visualizzare il modo corretto con cui gestire il ritmo narrativo è quello di Immaginare voi stessi legati a un lettore: Dovete tirarlo fino al traguardo. Se tirate troppo la corda, questa si strappa e perdete il lettore; allo stesso modo, se lasciate che questa corda sia troppo lasca, il lettore non si muove nonostante voi avanziate. In pratica la corda va tenuta tesa al punto giusto così che il lettore avanzi assieme a voi.
La parola d'ordine è equilibrio. 
Ritmi blandi mescolati ad arte con ritmi più rapidi. Dovete lasciare al lettore il tempo per ambientarsi, per comprendere la vicenda, e all'improvviso sorprenderlo con un evento, per poi di nuovo offrirgli il tempo di comprendere cos'è accaduto, per poi gettarlo nuovamente nella mischia.

Siate abili nel gestire i ritmi narrativi delle vostre vicende, e vedrete che i lettori si fidelizzeranno alle vostre storie e al vostro nome. Il segreto è tutto qui.


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martedì 23 agosto 2016

A volte, per un attimo, tutto è come si ha bisogno che sia

Glauco Silvestri
A volte, per un attimo, tutto è come si ha bisogno che sia, e i ricordi di questi momenti vivono nel nostro cuore, in attesa che proviamo la necessità di richiamarli alla mente, magari soltanto per rammentare a noi stessi che per breve tempo tutto è stato perfetto, e che quindi potrebbe esserlo di nuovo.


Posizione 3360-3362

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lunedì 22 agosto 2016

Mamma ho perso l'aereo - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Continuo la carrellata di film "d'epoca" con una pellicola natalizia, vista con parecchio ritardo (n.d.r. o anticipo, a seconda dei punti di vista) rispetto alla festività in questione. Mamma ho perso l'aereo è un grande successo del 1990, un film per certi versi rivoluzionario - all'epoca - e che ha fatto scuola per un filone comico che negl'anni ha prodotto diverse pellicole dal successo piuttosto altalenante, ma comunque parecchio apprezzati nel target di pubblico a cui erano dedicati.

La vicenda è quella del giovane Kevin, 8 anni, che per un caso fortuito rimane da solo, dimenticato a casa la vigilia di Natale, mentre tutta la sua famiglia parte per Parigi. Se all'inizio il piccolo trova la situazione eccitante, poi comprende quanto sia complicato fare "l'uomo di casa". Eppure riesce bene nella parte, facendo la spesa, e fingendo persino di farsi la barba. Arriva addirittura a dare ottimi consigli a un suo vicino di casa, di cui era sempre stato intimorito, per riavvicinarsi alla sua famiglia. Ma il vero compito di Kevin è difendere la casa da un gruppo di malviventi, che sapendola vuota, non vedono l'ora di svaligiarla.

Divertente, simpatico, oltre le righe ma non esagerato. E' sempre piacevole vederlo, e nel mio piccolo credo che il film sia invecchiato bene, e ancora oggi è in grado di funzionare.

Particolare è anche la storia dell'interprete del piccolo Kevin, ovvero di Macaulay Culkin, che a 14 anni aveva già accumulato un tesoretto di oltre 20 milioni di dollari... Che però viene completamente bruciato dai suoi genitori. Da quel momento la sua carriera diventa altalenante, tra cinema, teatro, e problemi con la famiglia. Non starò a tediarvi troppo sulla sua sfortunata vicenda, perché è ben raccontata su Wikipedia, ma non potevo evitare di citarla.

Il film? Come ho detto, è divertente e piacevole da vedere.



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domenica 21 agosto 2016

Asso - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Un po' di nostalgia dei tempi passati mi ha spinto a rivedere una pellicola della mia infanzia. Asso, con il molleggiato e Pippo Santonastasio, ma soprattutto, con una meravigliosa Edwige Fenech.

Asso è un campione del gioco d'azzardo, e in particolare del poker. Per amore della bella Silvia decide di abbandonare la vecchia vita per un lavoro in ufficio al comune, ma la notte di nozze arriva il Marsigliese in città. Si dice che sia il migliore... E così Asso convince Silvia e va nel suo solito club per sfidare il campionissimo. Ovviamente vince! Ma la sua vittoria è amara perché mentre rientra a casa viene fermato da un killer, e ucciso.
Silvia rimane vedova, ma lo spirito di Asso veglia su di lei perché - così sono gli accordi presi con l'aldilà - non può lasciarla sola senza una fonte di sostentamento, e soprattutto, non vuole che cada in mani sbagliate. E difatti è così... Vista l'avvenenza di Silvia, subito ci prova Bretella, l'amico di Asso nonché proprietario del locale dove lui si recava ogni notte a giocare. Bretella ci prova in tutti i modi, ma Asso sa che non è un buon partito per lei. Meglio sarebbe il banchiere Luigi Morgan, altro amico di Asso, molto ricco, e vedovo da poco pure lui. Ma Silvia non riesce proprio a farselo piacere, Luigi. E così Asso fa di tutto per farli frequentare, al punto da farsi suggerire qualche trucco dalla vedova, contattandola nell'aldilà, e ottenendo tutto ciò che gli serve in cambio di un bacio.
Insomma, finalmente arrivano le nozze, Silvia e Luigi stanno per sposarsi. Ma Bretella non si da pace. Rapisce Luigi con l'intento di ucciderlo... Proprio come aveva fatto con Asso, pagando un killer, in quel caso. Ovviamente non ci riuscirà, ma Luigi si convince che la sua salvezza non sia stata dovuta ad Asso, bensì all'anima della sua defunta moglie, per cui fa saltare le nozze - con non troppo celata gioia di Silvia.
Passano in mesi, e ormai Asso è convinto che non troverà mai un sostituto quando...

Non vi svelo il finale. Il film è semplice, divertente, basato sullo humor elegante che Celentano ci ha proposto in molti suoi film di successo. Poi, la Fenech, c'è poco da dire, era davvero una favola.

Da vedere!


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sabato 20 agosto 2016

Pioggia Sporca - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Son passati parecchi anni dall'ultima volta in cui vidi Pioggia Sporca. L'altra sera l'ho ripescato dalla mia collezione e mi son detto: Guardiamoci un Douglas d'annata. Avevo bei ricordi di questa pellicola, e devo dire che sono confermati ancora oggi.

Trama succulenta, che ci racconta la storia dei detective Nick Concklin e Charlie Vincent. Il primo è invischiato in una indagine di corruzione interna alla polizia a causa della sparizione di grosse mazzette di contanti da luoghi del crimine e depositi di polizia. E' un ottimo detective, fa da mentore al giovane Charlie, ma ha grossi problemi economici a causa di un divorzio, gli alimenti da pagare, e la scuola per le sue due figlie.
A ogni modo, fortuitamente, in un locale di New York dove i due detective si godono una meritata pausa pranzo, entra un esponente della Yakuza giapponese, Sato, e spara a un membro della mafia locale. Pur non intervenendo durante la sparatoria per evitare che i civili ne rimangano coinvolti, dopo un rocambolesco inseguimento, Sato viene catturato da Nick, e consegnato alla giustizia. Il problema è che Sato ha amici potenti, e ottiene l'estradizione. Gli affari interni pretendono che siano Nick e Charlie ad accompagnare Sato fino a Tokyo, così da aveva maggior campo libero nelle loro indagini, e i due obbediscono. Giunti a Tokyo, però, vengono gabbati da dei finti poliziotti... E da lì comincia la caccia all'uomo, nonostante siano osteggiati sia dai giapponesi, sia dalla polizia locale, e solo grazie all'americana Joyce - hostess in un locale di lusso - e allo scrupoloso ispettore Matsumoto, la matassa verrà dipanata.

Il film, come già avvenuto in Danko, mette a confronto due culture differenti, ponendo poliziotti di nazionalità diversa di fronte a una difficile collaborazione. La differenza principale tra le due pellicole si evidenza dai toni, che nella prima è scanzonato, quasi da commedia, in Pioggia Sporca si presenta invece cupo e oppressivo. Del resto il Giappone è un mondo a sé, con le sue regole, i suoi costrutti, e la sua filosofia. Altra differenza importante è il quadro complessivo della vicenda, ove sono messi a contrasto molti più fattori.
C'è la questione dell'onestà della polizia, molto più pragmatica per l'americano che per il giapponese, in cui prelevare denaro a un arrestato è comunque un furto, e una violazione del codice d'onore che il poliziotto deve rispettare. C'è la questione della differenza generazionale all'interno della mafia, dove gli anziani seguono regole molto più ponderate, mentre i giovani agiscono con esuberanza, da invincibili, e senza troppo preoccuparsi delle conseguenze. C'è il tema razziale, dove per una volta è la razza caucasica a discriminata.
Tutto ciò è circondato da una caccia all'uomo con forti variazioni di ritmo, senza lesinare sul sangue, e sul sacrificio di personaggi importanti.
Ottime le interpretazioni, del resto il cast è ben pensato e funziona davvero bene. Affascinante Kate Capshaw, che qualcuno ricorderà in Indiana Jones e il tempio maledetto, un bel film che non risente della sua venerabile età.



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venerdì 19 agosto 2016

Lo Spaccone - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Tempo fa avevo recensito Il Colore dei Soldi, film a cui sono molto affezionato, e avevo citato Lo Spaccone, ovvero la pellicola in cui viene raccontata la storia di Eddie lo Svelto, e che di conseguenza ne risulta essere una sorta di prequel putativo. Oggi è finalmente giunto il momento di parlare di quest'ultimo film, ovvero le origini di tutta la vicenda. 

Eddie Felson è un giocatore di biliardo. E' davvero bravo, bravissimo, nessuno è meglio di lui. La Balabushka è come l'arco di un violino nelle sue mani. L'unico problema di Eddie è la sua irruenza, la sua gioventù, il suo carattere da spaccone, la sua faccia tosta, ma soprattutto, la sua dedizione all'alcool.
E' notte. Felson sta giocando contro Minnesota Fats, e sta vincendo diciottomila dollari. Minnesota Fats appare fresco come una rosa. Eddie ha bevuto parecchio, e nonostante i consigli non vuole smettere di giocare. La partita continua, ancora e ancora, e varcate le ventiquattr'ore di gioco, Felson si ritrova disteso a terra ubriaco, con soli duecento dollari in tasca.
Ne esce sconfitto, sia nell'anima che nel portafogli. La sua reputazione lo precede, e nessuno vuole più giocare con lui. Per ciò, per sbarcare il lunario, è costretto a giocare nei bar di periferia, spennare polli da quattro soldi, giocando partite la cui posta va dal dollaro ai cinque dollari. E' in questo momento che Eddie incontra Sara. E' una ragazza bellissima, ma per colpa della poliomelite, avuta da piccola, è zoppa. Sara vive sola, e pure lei è dedita all'alcool. Assieme i due ragazzi trovano un certo equilibrio, per lo meno fintanto che a Eddie non vengono spezzati i pollici in una rissa da bar, dopo che ha vinto l'ennesima partita...

Bellissimo! Il bianco e nero, i ritmi calmi, la recitazione pensata, i dialoghi di spessore... Film di questo tipo non li fanno più, neppure se ci provano, neppure se... Newman mostra tutta la sua classe in questa pellicola. Non è il semplice belloccio. E' davvero bravo a mostrarsi spaccone, ed è davvero bravo nel mostrare le fragilità umane. Il cast che gli fa da contorno mantiene il livello dell'intera pellicola, che sbanda leggermente solo a causa di Piper Laurie, che 'recita' troppo nelle scene in cui la si pretenderebbe ubriaca. Ma si tratta di semplici sbavature che si possono anche ignorare.

Da vedere.


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giovedì 18 agosto 2016

Self/Less - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Quando questo film uscì al cinema, non ebbe un grande successo... Per lo meno, dalle mie parti apparì e scomparì dalle sale piuttosto in fretta. Il Trailer, difatti, non prometteva nulla di buono, e anche io lo bollai come evitabile. Poi mi è tornata la curiosità, e una sera senza troppe pretese, me lo sono visto.

Parlo di Self/Less, film che ci vuole proiettare in un futuro prossimo dove, con la giusta quantità di danaro, diventa possibile spostare la propria coscienza da un corpo a un altro, e di conseguenza, non morire mai veramente. Dal trailer si intuisce che sto magnate, morente per via di un tumore, paga per avere il corpo di un giovane e aitante, e poi lotta contro la coscienza del giovane per il 'dominio' sul corpo. Il film è un po' diverso. Al magnate viene detto che il corpo è clonato, generato in laboratorio, e non è di un 'volontario'. Quando scopre l'inganno si ribella, anche perché chi fa questi trapianti, per mantenere l'assoluto riserbo, ha in programma di uccidere la famiglia del 'volontario' (un marine che sacrifica sé stesso per avere il danaro e curare un male rarissimo di cui è affetta la figlia). Insomma, è vero che il magnate ha dei flashback della vecchia coscienza che, lentamente vanno a sostituirsi alla sua memoria, ma è anche vero che questi fa di tutto per salvare la famiglia in pericolo, e far crollare il castello di carte di questa società.

Nel complesso il film è godibile. Rimangono parecchie incongruenze ed ingenuità, ma chiudendo un occhio all'intrattenimento, si guarda anche volentieri. Alla fine, a parte il pretesto fantascientifico, ci si trova di fronte a un film d'azione a tutto tondo.

Se piove si può guardare, e magari ci si diverte pure.


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mercoledì 17 agosto 2016

Tecniche storytelling (parte 3): Coerenza - #Corso #Scrittura

Glauco Silvestri
Quando si decide di scrivere un romanzo, specie se molto lungo, il rischio maggiore è quello di non rimanere coerenti. Accade quando si decide di non aver bisogno di aiuti e si crede di poter scrivere tutto d'un fiato, dall'inizio alla fine, senza preparare strutture e schede personaggi, soprattutto fidandosi della sola memoria, del proprio istinto.

Per essere coerenti dall'inizio alla fine nella scrittura di un testo bisogna avere molto mestiere sulle proprie spalle. Chi è alle prime armi e decide per questo tipo di approccio, lo fa spesso sopravvalutandosi, o anche per pigrizia. Credere di non aver bisogno di un 'metodo' è da - perdonate il termine forte - sbruffoni. Tutti gli scrittori hanno un metodo. E il metodo non è sicuramente quello di sedersi davanti al computer, scrocchiare le dita delle mani, e iniziare a scrivere a ruota libera.
Certo, lo so, temete che strutture, schemi, e schede personaggi possano farvi perdere il ritmo, le idee, e persino la voglia di scrivere. Sono tecnicismi che nulla hanno a che fare con la scrittura. E forse dal vostro punto di vista è tutto vero, e un po' lo è anche dal punto di vista di tutti quanti. 
Nell'immaginario lo scrittore scrive soltanto. 
Nella realtà il suo lavoro è molto più complesso.
Ma com'è possibile perdere di coerenza quando in testa abbiamo perfettamente impressa la storia che vogliamo scrivere? Perché il problema non è la storia, sono i dettagli. E i dettagli sono troppi da ricordare. Così scopriremo che dopo un inseguimento tra auto una delle due svolterà in una curva che poco prima, descrivendo l'ambiente, non esisteva, o che in una scena al chiuso il personaggio principale berrà da un bicchiere tenuto in mano, e che fino a un attimo prima era una penna stilografica.
Sono errori su cui spesso si sorvola, che a volte sono compiuti persino dai professionisti, che scappano persino all'editing più severo (n.d.r. Ma oggi si fa ancora un editing severo sui testi? Ne parleremo in futuro), e che si trovano persino in altri ambienti artistici, come il cinema (bloopers) e i fumetti (n.d.r. nuvoleanomale docet).
Sono errori su cui spesso si sorvola, ma che non scappano all'occhio del lettore. E a seconda del lettore, o ci passa sopra e va avanti, o si pone dei dubbi sulla qualità di quanto sta leggendo, e ne rimane disturbato.

Insomma... A mio parere è meglio essere coerenti.

Però... Però ci sono casi dove l'incoerenza è cercata. Se si tratta di una storia surreale, allora essa può diventare un importante elemento di intrattenimento. Ce lo mostra chiaramente Italo Calvino ne Il barone Rampante, dove spesso il personaggio risolve i propri guai con soluzioni a dir poco surreali (n.d.r. Se non ricordo male, in una scena il Barone è intrappolato in una profondissima buca, e per uscirne torna al proprio palazzo, prende una scala, torna alla buca, e grazie alla scala ne esce vittorioso). Io stesso ho voluto giocare su questo piano ne Gli uomini in Bianco. E' però importante ricordare che, se si intraprende questa strada, si va a firmare un accordo non scritto con i lettori dove certe 'leggi' della narrativa sono violate appositamente per raggiungere uno scopo surreale. Perciò la scelta deve essere esplicita sin da subito, e non usata come alibi nel caso si sia colti in fallo.

Per concludere: in qualunque modo abbiate deciso di intraprendere la scrittura di un romanzo, o di un racconto lungo, cercate di essere sempre coerenti con ciò che scrivete, trovate il vostro metodo, quello a voi più congeniale, ma non sorvolate su questo particolare, perché non è così banale come può sembrare.




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martedì 16 agosto 2016

Ero come sei...

Glauco Silvestri
Ero come sei, sono come sarai.

La casa delle vergini (Ami McKay)
Posizione 3022-3022


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lunedì 15 agosto 2016

Gagarin, primo nello spazio - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Ferragosto! Giornata di pranzi luculliani e digestioni complicate. Difficile muoversi in questa giornata, difficile fare qualunque cosa in questa giornata. Perché allora non guardarsi un bel film? Gagarin potrebbe essere quello che cercate. 
Non è la prima volta che propongo un titolo che proviene dalla cinematografia sovietica, per quanto ciò sia avvenuto di rado, ma devo ammettere che sono bravi pure loro, quando ci si mettono. E' evidente la differenza culturale tra hollywood e la Russia, così come sarebbe impietoso un confronto tra Apollo 13 e questa pellicola. Del resto sono due film molto diversi tra loro. Il primo ci racconta con effetti speciali uno dei momenti più drammatici della corsa allo spazio americana. Il secondo celebra il primo uomo andato nello spazio.

E' il 12 Aprile 1961. Il cosmonauta Yuri Gagarin entra nella storia come il primo uomo a volare nello spazio e a tornare sulla Terra ancora vivo. Il film ci mostra il ragazzo, Yuri, serio e determinato, ma anche scherzoso e gioviale, e con una parola positiva per tutti, per i suoi compagni di addestramento, per coloro che non ce l'hanno fatta, per la sua famiglia di umili origini, gli amici, e la moglie. E' comunque un soldato, ligio al dovere, solido, ma anche capace di porre domande e mettersi dei dubbi. E' per questo che fino all'ultimo, il suo nome non viene scelto. Solo a una settimana dal lancio ha la certezza di essere lui a dover pilotare la Vostok che lo porterà in orbita.

La regia ci racconta la storia dell'uomo attraverso i ricordi dell'uomo stesso. C'è il conto alla rovescia, il razzo parte, il cosmonauta va in orbita. Ogni fase del volo è correlata a ricordi, a momenti difficili, ad altri divertenti, a sofferenze e anche a momenti romantici. Il brutale distacco dalla famiglia per non aver voluto seguire le orme del padre; la volta in cui - da bambino - fu 'impiccato' per essersi intrufolato in casa di altri e rubare del cibo; il momento in cui si dichiara a quella che sarà sua moglie; la nascita della prima figlia; il suo primo volo su un aereo militare; la sua candidatura a diventare cosmonauta e... I flashback si alternano al volo oggettivo. Un decollo perfetto, le prime esperienze prive di gravità, l'orbita sbagliata, i problemi del rientro, fino al rischio di soffocare quando, eiettatosi dalla Vostok in caduta libera, non riesce a liberarsi del casco per riuscire a respirare. 
Alla fine tutto va bene. Yuri diventa un eroe e verrà ricordato nei secoli. La sua vita non durerà a lungo però. Diventerà istruttore. Non gli verrà più permesso di andare nello spazio perché... Troppo prezioso per la propaganda sovietica. Morirà collaudando un caccia militare. Ma questa è un'altra storia.

Ritmo blando, è vero, ma è ben recitato e molto intenso. E' un mondo differente, e la storia che racconta è incredibile. Da vedere.


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domenica 14 agosto 2016

Twister - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Visto che siamo in estate, perché non riguardare un filmino di quelli che ti tengono incollato allo schermo? Per quanto abbia qualche annetto Twister è sempre un film emozionante. 

La storia è quella di Jo, una giovane ricercatrice che studia i tornado. La sua sciroccata equipe si muove per le distese americane nel tentativo di ottenere tutti i dati possibili su questi fenomeni atmosferici. L'idea è quella di sperimentare un nuovo strumento, chiamato amorevolmente Dorothy, che dovrebbe permettere di ottenere informazioni preziosissime, ma i problemi sono tanti, e non derivano tutti dalla furia dei tornadi stessi. Ci sono i fantasmi provenienti dal suo passato, visto che suo padre è morto risucchiato da un Forza5, c'è una equipe rivale con tutta la strumentazione all'avanguardia, e c'è Bill, che vuole firmate le carte del divorzio, per potersi risposare, e abbandonare per sempre la vita pazza degli storm hunter.

La componente sentimentale classica dei film Hollywoodiani, qui, non influenza troppo la vicenda, che è allo stesso tempo divertente, emozionante, e terrificante. Gli effetti speciali sono notevoli, e reggono tranquillamente il passo anche oggi. Helen Hunt è al top dello splendore, quanto a bravura, nessuno può criticarla davvero. Regia di Jan de Bont, che abbiamo visto nei Tomb Rider, e in Speed, giusto per citare alcuni film prodotti da questo regista. C'è lo zampino di Crichton e di Spielberg... Insomma, non si è badato a spese. E si vede. 

Il film è davvero notevole. Lo consiglio.



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sabato 13 agosto 2016

Calendar Girls - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
In estate c'è voglia di film leggeri, ciò però non toglie che questi film posseggano comunque un contenuto di valore, e magari, raccontino persino una storia accaduta realmente. E' il caso di Calendar Girls, una commedia in cui si racconta l'avventura di due amiche che decidono di fare un calendario artistico per raccogliere fondi a favore della lotta contro la leucemia.

Siamo nello Yorkshire, nel tranquillo villaggio di Knapely. Chris e Annie sono amiche da una vita nonostante abbiano temperamenti molto diversi. Chris è impulsiva e schietta, carica di entusiasmo. Annie è tranquilla e riflessiva. Probabilmente la loro amicizia crea il giusto equilibrio che permette a entrambe di vivere con soddisfazione. Entrambe fanno parte del Women's Institute, che tra le varie attività organizza anche raccolte fondi. Quando il marito di Annie muore per colpa della leucemia, Chris - in seguito all'esperienza dovuta a ore e ore nella saletta d'aspetto dell'ospedale per far compagnia all'amica - propone di realizzare un calendario per raccogliere fondi sufficienti ad acquistare delle poltroncine più comode per l'ospedale stesso. L'idea piace, e con l'aiuto di un fotografo locale, viene realizzato il calendario, dove dodici donne di mezz'età vengono ritratte nude nelle attività tipiche del Women's Institute, ovvero fare dolcetti, la maglia, suonare il piano... Il calendario ha un successo strepitoso, tanto da attirare i media, e da condurre le dodici donne fin negli Stati Uniti per delle ospitate nei talk show, e organizzare il lancio del calendario anche in America. Ciò metterà un po' di zizzania tra le due amiche, una perché preda del successo, l'altra perché troppo fuori da ciò che inizialmente lei voleva realizzare. Ma alla fine...

Sì, alla fine c'è il lieto fine. Del resto è una storia vera, e il calendario ha raccolto una somma strabiliante se si pensa che è stato prodotto in modo amatoriale. Interpretazioni magistrali, humor inglese, una regia tradizionale ma efficace (n.d.r. Del resto Nigel Cole è una certezza, e tra le altre cose ha diretto anche L'erba di Grace, di cui parlerò in futuro), ambientazione da sogno... Che altro?

Da vedere!


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venerdì 12 agosto 2016

Io e Annie - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Io e Annie è sicuramente il precursore prediletto di Harry ti presento Sally. Dialoghi serrati, surreali, dotati di uno humor sottile, ambientazioni semplici, normali, quotidiane. Scene di vita omologate a quelle di una coppia normale, solo che la coppia è formata dal geniale Woody Allen, e dalla brillante Diane Keaton.

La vicenda è semplice. Lui è un comico con caratteristiche sociopatiche, nervose, e propenso al pessimismo estremo. Lei è una ragazza brillante, intelligente, aperta, e solare. Gli opposti si attraggono, e così il corteggiamento è breve. La coppia funziona anche bene agli inizi, l'uno è stimolante per l'altra, e viceversa. La passione è intensa. Amano fare le stesse cose. Tutto appare perfetto, tanto che decidono di andare a convivere... e da quel momento sono guai. A letto le cose non vanno più tanto bene, tanto che lei deve fumarsi un po' d'erba prima di 'stare con lui'. Pian piano lei comprende anche cosa vuole fare nella vita, comincia a cantare nei club, e ottiene una proposta per incidere un disco. Lui vorrebbe evitare di andare a Los Angeles, lei insiste. E così in breve tempo la coppia scoppia. Mentre lei incide il suo disco e vive col suo produttore, lui torna alla vita di sempre, frequenta altre donne, ma senza successo... Annie è unica. 
Rimane la carriera per entrambi, e un bel ricordo della storia che fu.
Belli, belli, belli i dialoghi. Divertenti senza però strappare risate sguaiate. Belle le ambientazioni, molto attente ai dettagli, tanto che - fateci caso - quando la coppia si lascia lo fa sotto l'ombrellone di un bar, e sull'ombrellone c'è scritto 'Addio'. Piccoli dettagli che però fanno la differenza, e mostrano l'attenzione della regia, e della sceneggiatura, per i dettagli.
La struttura è simile a quella di Harry ti presento Sally, con la particolarità che la coppia - in questo caso è quasi sempre Woody - non si rivolge a un immaginario psicologo, bensì al pubblico oltre lo schermo.

Insomma, non riesco proprio a trovare difetti in questa pellicola, che ha tanti anni sulle spalle, ma non invecchia mai.

Guardatelo!



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giovedì 11 agosto 2016

The Green Hornet - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Ho ricordi davvero vaghi del vecchio telefilm dedicato al Calabrone Verde. Ricordo che nei panni di Kato c'era un giovanissimo Bruce Lee, e ricordo che in tv faceva da concorrente diretto al famoso Batman con gli effetti speciali in stile fumetto (n.d.r. Bang, Pow, Sbam). L'avevo completamente rimosso, lo ammetto, finché non è apparso nelle sale The Green Hornet, il film di cui voglio parlare oggi.

Come già hollywood ha provato con altre pellicole, anche qui i ruoli sono invertiti. L'eroe serio, abile, vincente non è Green Hornet, bensì la sua spalla Kato. Entrambi sono due ragazzi giovani. Britt Reid è il figlio di un direttore di giornale che muore inspiegabilmente. Lui, che mai aveva lavorato neppure un giorno, sulle copertine di tutti i tabloid per il suo vivere dissennato, decide di sfruttare l'enorme ricchezza ereditata per realizzare un sogno di bambino, diventare un supereroe. E in questa sua folle iniziativa coinvolge Kato, autista e assistente del padre, prima licenziato, poi ri-assunto perché molto bravo a fare il cappuccino.
C'è ovviamente un cattivo, a capo della mafia russa, il cui nome è talmente difficile che nessuno riesce mai a pronunciarlo decentemente.

Il film è divertente, però non convince in toto. La sensazione è che il regista non abbia osato a sufficienza. Non è abbastanza comico per diventare una parodia, non è sufficientemente serio per essere un film di supereroi. E' quindi una pellicola persa nel limbo, che può piacere e non piacere, ma che di sicuro non lascia il segno. L'unica cosa bella è Cameron Diaz, il cui personaggio, però, anche in questo caso, galleggia tra quello della fatalona e quello della reporter intelligente, coraggiosa, e determinata.
Un'altra cosa - forse - positiva del film è quella di umanizzare i supereroi, dando loro i dubbi, le incongruenze, e le debolezze, di noi comuni mortali. 

Però... La sensazione è che la pellicola sia rimasta sulla superficie, che non si sia osato abbastanza. E' un peccato. Però diverte, un bel popcorn movie, da guardare in una serata tranquilla.


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mercoledì 10 agosto 2016

Tecniche storytelling (parte 2): Ostacoli - #Corso #Scrittura

Glauco Silvestri
In precedenza abbiamo parlato di Incipit, Svolgimento, e Finale di una storia. Abbiamo affrontato la costruzione dei personaggi. Probabilmente siamo pronti a scrivere la storia che abbiamo in mente, a mettere su carta l'idea che ci ha convinti a scrivere, ma di fronte a noi c'è un'impresa non semplice, dobbiamo confrontarci con un elemento ignoto e imprevedibile: Il lettore potenziale.

La domanda sorge quindi spontanea: Cosa si aspetta il lettore da noi?

L'unica risposta che possiamo dare a questa domanda è quella di non tradire le aspettative di chi legge, aspettative che per certi versi abbiamo costruito noi stessi al momento in cui il romanzo, o il racconto, viene presentato al pubblico. Solitamente un lettore ama essere coinvolto dalle vicende che legge, per cui la storia non deve essere banale, e i personaggi devono affrontare un percorso che sia costruttivo, avvincente, interessante. 
I personaggi, come del resto noi tutti nella vita reale, devono affrontare degli ostacoli.
Qualunque sia la vicenda che state raccontando, ricordatevi che il percorso non deve essere semplice, lineare, immediato. Voi, in qualità di entità superiore, dovrete arrogarvi il diritto di complicare la vita dei vostri personaggi, di farli soffrire, di frenare le loro ambizioni, di costringerli a percorsi tortuosi pur di raggiungere la loro meta. Il vostro racconto dovrà rispecchiare la vita reale, dove la volontà di un singolo e sempre subordinata a fattori esterni imprevedibili e incontrollabili.
Per cui dovrete pensare a ostacoli credibili, difficili, ed eventualmente trovare il modo per far sì che il vostro personaggio riesca a superarli, o ad aggirarli. 

Un esempio estremizzato di questo concetto lo potete trovare nel celebre romanzo d'esordio di Andy Weir (n.d.r. L'uomo di Marte), dove a causa di un incidente fortuito, un astronauta rimane da solo sul suolo di Marte mentre il resto del suo equipaggio abbandona il pianeta sull'unica astronave disponibile. E' spacciato, per lo meno così sembra, perché è impossibile avere soccorsi in meno di tre anni, e le provviste non possono durare così a lungo.
Questa storia di per sé potrebbe essere raccontata in poche pagine, ma l'autore ha ipotizzato un personaggio intraprendente e capace di non scoraggiarsi, o - per lo meno - di non arrendersi all'evidenza. Per cui il romanzo affronta un problema alla volta. Prima aggiusta l'hub. Poi fa l'inventario di ciò che ha a disposizione. Quindi tenta la strada della coltivazione. E poi prova a comunicare con la Terra, eccetera eccetera eccetera.
In pratica il personaggio affronta un ostacolo alla volta.
Se il romanzo per certi versi risulta ripetitivo (n.d.r. Un continuo ciclo tra problemi e loro risoluzione), uno stile narrativo efficace e la curiosità di sapere cosa accadrà in seguito fa sì che la storia funzioni dalla prima all'ultima pagina. 

Per quanto io ritenga che un processo troppo ripetitivo non sia un pregio per la trama, è evidente che nel caso de L'uomo di Marte abbia funzionato egregiamente, visto che ne hanno tratto anche un film. E' mio parere trovare il giusto equilibrio, frapporre situazioni problematiche a momenti più rilassati, senza trasformare la vicenda in una vera e propria corsa ad ostacoli.

Non è neppure vietato far sì che il personaggio non riesca proprio a saltarci fuori. A volte l'ostacolo può essere il punto di svolta, l'elemento che consente a un personaggio di cambiare binario e raggiungere la sua vera meta. Questa soluzione potrebbe sì confondere il lettore, ma anche sorprenderlo positivamente perché lo renderebbe incapace di anticipare le mosse, o prevedere il finale.

E' la strategia che ho usato in uno dei miei racconti, In Catene, dove racconto le vicende di una ragazzina che cerca soldi facili, e che comincia a prostituirsi senza avere nessuno che la protegga. Se all'inizio della vicenda tutto sembra andarle per il meglio, poi compaiono ostacoli insormontabili, da clienti violenti, a poliziotti corrotti, fino a un crollo totale di ogni suo punto di riferimento. E' toccando il fondo che la ragazza troverà poi modo di ricostruire la sua vita, e sé stessa.

In questo caso il personaggio principale si trova sopraffatto da quanto gli accade, e non può nulla per opporsi agli ostacoli che lo circondano. Ne è preda, e ne è vittima senza possibilità di salvezza. Per lo meno ciò è quanto il lettore è indotto a credere.

Diventa quindi evidente che un racconto privo di ostacoli rischia di non funzionare. Lo scrittore deve quindi immaginare la propria vicenda come a una sorta di labirinto, con vicoli ciechi, trappole, e un solo percorso che possa condurre il suo 'eroe' al finale della storia. 
Non si tratta di un videogame, e neppure di un gioco di ruolo, ma della costruzione di una storia che abbia i giusti equilibri. Per ottenere ciò è necessario fare riferimento alla vita normale, alle proprie esperienze maturate nel corso degl'anni, e anche alla fantasia, ovviamente.


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martedì 9 agosto 2016

Bugia

Glauco Silvestri
Sì, era una bugia, ma in certe circostanze, quando non c'è rimedio, le bugie sono necessarie.

Evidenziazione a pagina 60 | Pos. 908



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lunedì 8 agosto 2016

Tigerland - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Joel Shumacher è un regista che difficilmente tradisc, e Tigerland è uno di quei film apparso senza troppi clamori, che secondo me merita parecchio, sia per la sua crudezza, sia per l'immagine che offre dell'esercito americano in uno dei momenti più - imbarazzanti - della sua storia.

Siamo nel 1971. La guerra nel Vietnam è in pieno svolgimento e le cose non vanno tanto bene. Sono molti, troppi, i corpi dei giovani militari americani che tornano in patria in un sacco di plastica. La macchina da guerra statunitense produce più carne da macello che successi militari, e tutte le caserme sono allo stremo in cerca di nuovi soldati da mandare al fronte. Nel campo di addestramento di Fort Polk, in Louisiana, la Compagnia A si sta preparando a partire. Prima di ciò deve superare un periodo di addestramento intensivo di cinque settimane, che si conclude con una sorta di simulazione in un misterioso centro di addestramento chiamato Tigerland. Bozz è al centro della Compagnia A. In molti modi ha tentato di farsi cacciare dall'esercito, ma non vi è riuscito. In compenso è molto bravo a piantar grane, e a salvare il più deboli dal futuro conflitto. Ciò lo fa amare e odiare dai propri commilitoni. E' l'eroe del gruppo, che si mette a muso duro di fronte ai propri ufficiali per proteggere i più deboli, e allo stesso tempo vìola ogni tipo di regolamento, e spesso porta con sé alcuni che lo stimano al punto da considerarlo una sorta di capo morale. Poi c'è chi lo odia, chi lo disprezza, e chi - soprattutto - scarica su di lui tutte le proprie paure, attraverso la rabbia e la violenza. Tra questi Wilson, sempre stato in contrasto con Bozz, e umiliato da quest'ultimo, viene allontanato dalla Compagnia A per andare ad addestrarsi in un'altra compagnia. Ebbene Bozz e Wilson si rivedranno, e scontreranno, proprio a Tigerland, e la simulazione di guerra diventerà uno scontro vero e proprio

Paura, emozioni forti, ormoni a mille, rabbia, tutte le emozioni giovanili sono racchiuse in un unico film, in un contesto storico spaventoso, sotto la guida di uomini fatti che in realtà sono concentrati nel fabbricare soldati, e si sono dimenticati che chi sta sotto di loro è solo un manipolo di ragazzini con meno di vent'anni. E' una denuncia, il film, sul metodo, sulla guerra, sulla tragedia umana. E' allo stesso tempo la storia di due ragazzi, uno ligio al dovere perché in cerca di sicurezze, e uno in guerra contro l'establishment per i medesimi motivi. Due modi differenti di approcciarsi a una situazione che non offre molte vie di fuga, che esige una maturità interiore non possibile in ragazzi che sono appena usciti dalla pubertà.

Molto bello, ottima regia, bravissimo Colin Farrell, così come molto bravi sono tutti gli altri ragazzi presenti nel cast. Un moderno Platoon. Da tenere nella propria collezione privata.



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domenica 7 agosto 2016

Nikita - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
"Sono Victor, l'eliminatore!"
Questa frase è pronunciata da Jean Reno quando compare per la prima volta sulla scena di Nikita, una pellicola dai mille risvolti, ben interpretata, con momenti di azione, panico, drammaticità, e persino con qualche sprazzo di ilarità.

Lei è una giovane punk, drogata, e durante una rapina compiuta assieme ad alcuni amici delinquenti, uccide un poliziotto. La pena è l'ergastolo, ma per qualche motivo, viene scelta dai servizi segreti per diventare un agente operativo. Fatta dichiarare ufficialmente morta, viene addestrata a uccidere, sia con le armi, sia con le mani nude, sempre e comunque a sangue freddo. La giovane Nikita viene addestrata per più di tre anni, e poi gettata in pasto ai leoni. I primi successi fanno sì che possa avere una casa propria, una nuova identità, e una vita 'normale'. Dovrà rispondere alle chiamate, ovviamente, che riceverà a qualunque ora del giorno.
Se all'inizio tutto sembra andare per il meglio, alla lunga il suo 'lavoro' la mette in estrema difficoltà. Dopo aver trovato l'amore, la ragazza comincia destabilizzarsi e...

Regia di Luc Besson. I nomi altisonanti del cast sono Jean Reno, e Philippe Leroy. Il film è - questa è una curiosità - ispirato al brano omonimo di Elton John. Un'altra chicca è il fatto che Victor (n.d.r. L'eliminatore), ispirerà Wolf (n.d.r. Che risolve i problemi) nel celebre Pulp Fiction, film di Tarantino. Nikita è un film completo, ben realizzato, con i ritmi giusti, incalzanti ma non troppo, con colpi di scena, momenti concitati, e attimi di apparente calma. La regia è perfetta, così come le interpretazioni. Io non ci ho mai trovato alcun difetto, e in effetti la pellicola ebbe un successo enorme, sia tra il pubblico, sia per la critica.

Altra particolarità, nonostante il successo - e questo secondo me è un bene, e un esempio da seguire - il film non ebbe mai un seguito, e mai si seppe che fine fa la ragazza, dopo il finale che, ovviamente, mi trattengo dallo svelare.

Da vedere, assolutamente!



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sabato 6 agosto 2016

Alien vs Predator 2 - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Volevo farmi male, giornataccia, pensieracci... Avevo bisogno di qualcosa di brutto da vedere per farmi distrarre dal resto. Alien vs Predator 2 lo tengo proprio per questo tipo di occasioni.

Ma non ha mica funzionato... 

E' davvero mal fatto. Trama inconsistente. Personaggi piatti. Ambientazione scialba. Sembra un disaster movie da tv via cavo, di quelli a basso budget, che pure un film della Asylum mette in ridicolo. I dialoghi sono assurdi, la fotografia non vale la visione. Le scene notturne sono quasi incomprensibili da gran che è buio. Gli Alien son troppo presenti, il Predator sembra non sapere cosa sta facendo, non c'è un filo conduttore, e neppure un qualcosa che ne giustifichi il collegamento con gli altri film delle due saghe. 

Sembra il remake di Predator 2, fatto male, davvero male, è già Predator 2 non brilla di meraviglia.

Ottimo per distrarsi con lo smartphone su Facebook. Neanche son riuscito ad arrivare in fondo. Però i pensieracci sono andati via, e ho dormito come un bambino, facendo sogni davvero belli.

Caspita... Allora funziona!



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