domenica 31 luglio 2016

Gunny - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Quant'è invecchiato male Gunny. Ero affezionato a questo film sin dalla sua uscita, ormai parecchio tempo fa (era il 1986), per via della figura rude del sergente, della spavalderia dei giovani marines, e per l'ottusità degli ufficiali superiori. Guardarlo oggi... quanti cliché messi tutti assieme!
C'è l'ufficiale superiore uscito da west point, arrogante al punto da non riconoscere il valore dei veterani, e tanto desideroso di vittoria da pretenderla usando i propri gradi; c'è il tenente timido, in gamba ma incapace di farsi valere; c'è il sergente maggiore che ne ha viste tante e che chiude un occhio quando c'è da chiudere un occhio; c'è il sergente Gunny, tutto d'un pezzo con un mitra in mano, ma incapace di avere a che fare con le donne; e ci sono i marines sbandati, la cricca della cricca della cricca, che pensano di poter fare come vogliono loro, che non seguono il regolamento, ma che una volta messi in riga, diventano ottimi soldati.

Ciò che si salva del film è tutto il primo tempo, i dialoghi sferzanti, le volgarità ben mirate, un mix sapiente tra ingenuità e mestiere. Il personaggio di Gunny è davvero ben costruito, quando invece gli altri appaiono poco più che bidimensionali. Ma c'è anche qualcosa di più C'è anche una velata critica alla politica di quegl'anni, tipica del Clint regista, e in questo caso è mirata alla politica di Reagan, che, pur di dire di aver vinto una guerra dopo l'onta del Vietnam, ne organizza una minima e farsesca per conquistare un'isoletta... Tanto che l'azione tanto agognata arriva a un quarto d'ora dalla fine, e sembra giusto un contentino fuori luogo (cit. da un commento su Amazon), con tanto di celebrazione della vittoria a fine 'guerra', un po' esagerata, vista la pochezza dell'operazione.

E la trama? Non ne ho ancora parlato? Il sergente Tom 'Gunny' Highway, eroe di guerra di Corea, odiato dai superiori per il numero di medaglie ricevute, per il suo valore e le sue capacità, e anche per la sua mancanza di rispetto verso i burocrati e gli arroganti usciti freschi freschi dall'accademia, viene incaricato di addestrare un gruppo esploratore indisciplinato. La tempra del soldato impiega molto poco a forgiare le reclute, e allo stesso tempo, a fargli alzare il capo di fronte alle angherie subite dai 'preferiti della compagnia'. Questi uomini, allo stesso tempo, aiuteranno Gunny a rimettere in sesto la sua vita privata, sempre caduta nel più cupo fallimento a causa della sua incapacità di interagire con i civili, se non a cazzotti.
Sul finale una piccola battaglia nell'isola di Grenada, da liberare da un contingente cubano. Una battaglia lampo dove gli uomini di Gunny mostreranno il loro valore.

Ho detto tutto. Vi lascio con una chicca del film...



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sabato 30 luglio 2016

Quattro Matrimoni e un Funerale - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Oggi parliamo un film di cui ricordo piacevolmente una scena in particolare: quando Hugh Grant, alias Charles, si sveglia per andare a un matrimonio. E' una sequenza ininterrotta di 'c_zzo', perché si sveglia sempre in ritardo! E' divertente, anche perché il suo ritardo cronico viene poi ulteriormente preso in giro sul finale del film, che però non vi svelo. Ovviamente il film è Quattro matrimoni e un Funerale.

La vicenda ci racconta l'amicizia di un gruppo di personaggi, scapoloni, e di come affrontano la loro vita sentimentale. Li vediamo a distanza di vari mesi, a matrimoni di amici e parenti. Charles, il belloccio del gruppo, è uno sciupafemmine, molte donne lo adorano, ma lui non si decide a mettere la testa a posto. Per lo meno finché non conosce Carrie, una bella americana, per la quale perde la testa. Vanno avanti i matrimoni, e ogni volta incontra Carrie, ci va a letto, e la mattina ognuno per la sua strada, finché lei, un giorno, le presenta il fidanzato Hamish, e lo invita al loro matrimonio. Il mondo crolla all'improvviso. Charles sente dentro di sé un vuoto grande come una casa, e comincia a credere di aver perso il sentiero, e l'occasione, nonché la donna giusta con cui mettere su famiglia. E' al matrimonio di Carrie e Hamish che un suo amico - Garreth - viene stroncato da un infarto. E così siamo a tre matrimoni e un funerale. Il quarto sarà quello di Charles, ovviamente, rinsavito, ma con chi si sposerà mai?

Ironia inglese, goliardia alla Amici Miei - anche se non così volgare - e personaggi ben caratterizzati, questi sono gli ingredienti principali di questo film. In realtà, visto dopo tanti anni da quando me ne ero infatuato, l'ho trovato meno brillante di quanto ricordassi. Per esempio non ricordavo più del rapporto omosessuale nascosto tra Garreth e Matthew. Così come non ricordavo che Fiona fosse segretamente innamorata di Charles. E invece ricordavo i brillanti dialoghi tra Charles e il suo fratello muto, David... Davvero geniali.
Difatti la storia ha un che di agrodolce, e l'ironia non è poi così spinta come immaginavo, tanto che persino la breve presenza di Rowan Atkinson funziona il giusto.
Andie McDowell è sempre bellissima, e brava, ma rivedendo il film non mi ha convinto come in passato.

Insomma, forse amo questo film più per ciò che mi ricordo di esso, che per ciò che è veramente. Ma è una bella commedia, e in una serata tranquilla, si guarda volentieri.



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venerdì 29 luglio 2016

Runaway - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Adoro Runaway. E' un film vecchiotto, del 1984, ma ha davvero colto un'immagine del futuro, ovvero dell'oggi, non molto diversa da quella che è in realtà, o di quello che potrebbe essere tra pochi anni. Parliamo di robot domestici (n.d.r. E già la iRobot, e i suoi concorrenti, ci ha pensato). Parliamo di droni (n.d.r. E anche qui ci siamo). Parliamo di hacker capaci di usare apparecchiature elettroniche contro i loro proprietari (n.d.r. Nel film accade per uccidere, e la modifica è hardware, ma anche in questo caso oggi esistono persone capaci di rubare i nostri dati sensibili per usarli contro di noi, fino al completo furto di identità). Parliamo di auto a guida autonoma (n.d.r. E pure lì ci stiamo arrivando). 
Insomma... Chi ha scritto questo plot aveva una visione parecchio lucida di come avrebbero potuto realmente diventare gli anni 2000. 
Ma pensiamo al film: Il sergente Ramsey soffre di vertiggini, prendetene nota! Il suo compito, nella polizia, è di risolvere i crimini robotici, siano essi dovuti a programmazione errata delle macchine, siano essi provocati con dolo. Durante il suo lavoro incappa in una serie di strani incidenti. Tutti i robot appaiono modificati, e su di essi è presente un chip capace di inibire i sistemi di sicurezza della macchina così che essa possa colpire a morte un essere umano. Dietro a questi incidenti c'è un losco individuo che vuole vendere la tecnologia da lui creata, e per ottenere la massima pubblicità possibile così da ottenere una schiera potenziali clienti di dubbia moralità, provoca volontariamente una serie di omicidi efferati dove le macchine compiono il misfatto. L'unico punto debole del suo piano è che questi crimini lasciano tracce indelebili, e Ramsey riesce a scovare Simmons, e ad affrontarlo...

Note a margine: Chi è il cattivo? Osservatelo bene perché è uno dei volti più noti dell'hard rock americano. Ok, non sarà espressivo al massimo in questo film, ma è comunque il cantante dei Kiss. In effetti, questo film, se non avesse il volto di Selleck a tamponare le falle, sarebbe un film non molto riuscito, questo nonostante il budget milionario e il fatto che la storia sia stata scritta e diretta da Michael Crichton.
E sfortunatamente il film ha davvero raccolto poco... Ma non per i motivi succitati, piuttosto perché nello stesso periodo è uscito Terminator. La competizione tra le due pellicole era davvero impossibile.

A ogni modo, è un film interessante, da vedere.



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giovedì 28 luglio 2016

Dark City - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Film interessante questo Dark City. Ha vinto parecchi premi ai suoi tempi, e per certi versi, viste le tematiche, ha anticipato di qualche anno persino la trilogia di Matrix

La trama è nascosta all'interno di un poliziesco. E' notte. John Murdoch si sveglia in una strana stanza di hotel. Non ricorda nulla di sé, ma presto scopre di essere ricercato dalla polizia per una serie di omicidi, brutali, nei confronti delle prostitute. Lui è convinto di essere innocente, ma vista la sua amnesia, non ne è completamente sicuro. L'unico indizio al riguardo della sua identità è una chiave, trovata nelle tasche del suo soprabito, che apre la porta di un appartamento dove vive Anna.
Lei è sua moglie, ma lui non la ricorda neppure. C'è qualcosa di molto strano. Davvero molto strano, e a mezzanotte la situazione si complica perché... Tutti crollano come fossero addormentati. Tutti tranne lui... Vagando per la città scopre che altri uomini, vestiti di nero, inquietanti, con strani poteri, si muovono per la città, e a sue spese, scopre persino di essere braccato anche da loro.

Il film ci nasconde due realtà. Quella del poliziesco con un crimine da svelare, con un detective intento nella sua inchiesta e un sospetto in fuga, e quella della città 'rubata' al pianeta Terra da degli alieni - per scopi che non rivelo altrimenti esagero con gli spoiler - che continua a vivere nello spazio profondo avvolta costantemente dal buio più assoluto, e che viene resettata di continuo, grazie ai poteri degli alieni, così che gli abitanti non si accorgano di ciò che sta accadendo. E' durante uno di questi esperimenti - fallito - che John Murdoch acquisisce coscienza di ciò che realmente lo circonda, ed è a causa di esso che l'uomo acquista i poteri necessari a lottare contro gli alieni.
L'atmosfera da giallo anni cinquanta, mescolata con l'inquietudine di una fantascienza pre-effetti speciali, rende questo film davvero unico. Tra gli interpreti un ottimo Kiefer Sutherland, un convincentissimo William Hurt, e una altrettanto brava Jennifer Connelly. Regia di Alex Proyas, che sicuramente ricorderete per Il Corvo, e Io Robot. L'ambientazione, le atmosfere di Dark City ricordano molto il primo dei due film citati. Pioggia, buio, e atmosfera cupa sono gli ingredienti principali di questa pellicola. Ricorda Matrix, o meglio lo anticipa, avevo detto all'inizio di questo post, perché anche in questa situazione abbiamo una umanità che vive in catene senza saperlo, e c'è un eletto, un solo uomo capace di spezzare queste catene. E' però un film dai ritmi non troppo frenetici, e di conseguenza molto lontano dalla fantascienza odierna. Ricorda forse Gattaca, e Il Tredicesimo Piano. Altri due film davvero ben riusciti.

Davvero molto bello!



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mercoledì 27 luglio 2016

Le Ambientazioni - #Corso #Scrittura

Glauco Silvestri
Oggi parliamo di un 'personaggio' parecchio bistrattato, specie nelle opere prime, specie dagli esordienti. Parliamo delle ambientazioni, delle location, in pratica... Parliamo dei luoghi dove si svolge la storia che state scrivendo.
Non è sufficiente dire che i nostri personaggi sono in una data città.
Bisogna ricordarsi che tra i vostri lettori ci possono essere persone che vivono in quella città, e capiranno subito che non l'avete mai vista, che non sapete neppure com'è fatta, e che avete scelto un luogo a caso per raccontare le vicende. Ovvio che potete inventare. Potete inventare l'intera location, o potete basarvi su città realmente esistenti, e inventare solo i punti cardine della vostra vicenda (n.d.r. Tipo un bar, un palazzo, una banca...). Però il luogo deve avere un che di reale, deve essere verosimile, insomma... 
Non deve prendere in giro il lettore.
Gli errori non sfuggono alla loro attenzione, e ve la faranno pagare cara... Per lo meno in senso metaforico. Prendo me stesso come esempio, citando un commento su Amazon al mio Un Pacco, Tre ragazze, e un Ginseng. In quel commento si citano errori su alcune parti scritte in dialetto bolognese. Io, per scrivere quelle parti, ho fatto riferimento a un libro che avevo in casa, però qualcuno ha comunque notato delle incongruenze... Incongruenze che riconosco, una volta fattemi, ma a mia difesa, credevo fossero corrette anche quelle usate da me. Difatti non ho sistemato il testo, visto che ho un riferimento scritto su cui fare riferimento, per non cadere poi in ulteriori rimescoli, errori, e quant'altro. Meglio rimanere coerenti con ciò che si è usato... Però è comunque importante non andare a naso. Bisogna documentarsi. Bisogna conoscere la location, i suoi usi, i suoi costumi, e persino il dialetto, la dialettica, il parlato del luogo.
Qualche errore lo si potrà comunque fare, ma di sicuro sarà un danno minore rispetto a ciò che potrebbe uscire dalla pura invenzione.

Non basta una mappa per creare un ambientazione.
Un trucco è scrivere di ciò che si conosce. Molti dei miei lavori sono ambientati a Bologna, anche quelli di fantascienza, ma non solo quelli. Ho addirittura proposto una antologia dedicata ai classici dell'horror, tutta ambientata nella mia città! Per farlo, però, non mi sono fidato delle sole mie conoscenze di 'abitante' della città. Ho studiato la sua storia, ho letto un paio di testi legati al dialetto bolognese... E come già vi ho detto, qualcuno ha riscontrato ugualmente degli errori.

Un altro trucco è parlare di una città che non esiste. Però, se la vostra storia è ambientata in Italia, diciamo sulle colline bolognesi, inventare da zero un paesotto di nome Castel di Glauco, e crearlo in modo che sia credibile, pretende comunque un certo studio della zona che vi siete scelti come location.

E se ambientiamo la vicenda su un altro pianeta? In questo caso siete dispensati da quasi tutto, ma dovrete ricordarvi che esiste la fisica, l'astronomia, e la biologia. Quando si gioca con la scienza, per quanto di fantasia, non si possono compiere voli pindarici senza pagarne le conseguenze. Ho già citato il Principio di Sospensione della Credulità (n.d.r. Ne parleremo approfonditamente più avanti); è un patto col lettore che non va tradito, mai!

Ho visto molti telefilm americani, leggo solo libri di scrittori USA, ho fatto una vacanza di dieci giorni in America, per cui ambiento il mio romanzo a New York. Bravo! Ti auguro tanta tanta fortuna. Perché ciò che sai dell'America è davvero molto poco, per lo più semplificato, stereotipato, e spesso sagomato su misura per il turismo, per la fiction, per i tempi stretti, o i ritmi, della narrativa e della cultura americana. O scrivi un clone di qualcosa già letta (n.d.r. O vista), o il tuo bluff sarà scoperto in un battibaleno. Meglio che ti documenti, e bene.

Vi faccio un esempio al contrario, giusto per chiarire la faccenda. Un romanzo di successo, di un autore di successo, ambientato nella mia Bologna... Questo! Il libro sembra ambientato su Google maps (n.d.r. Esagero un po' per rendere l'idea). Il personaggio esce dall'albergo, gira l'angolo, al bar tal dei tali prende un caffè, va avanti 100 metri, sale su un taxi, svolta in quella via, scende davanti a tal ristorante... E' talmente dettagliato che quando il libro fu messo in vendita, nella mia città, tutti i locali citati lo esposero in vetrina (n.d.r. E alcuni lo tengono ancora esposto). Addirittura fu creato un percorso turistico ad hoc che seguiva le orme del personaggio del libro. E' l'unico libro dell'autore che, sinceramente, ho giudicato piuttosto male. Per scriverlo l'autore ha visitato Bologna in ben tre occasioni, immagino da turista, e si vede!

Quindi? Siate credibili. Studiate l'ambientazione come fosse uno dei personaggi della storia. Non esagerate mai con i dettagli, ma non siate neppure parchi nel darli. Costruitela come fosse viva di vita propria, fatela interferire con la vicenda, con i personaggi e il loro cammino. Dedicategli del tempo. 

Se è reale, andate a visitarla, ascoltate i passanti, studiate il loro modo di muoversi, di vivere, di frequentare le altre persone. Perdeteci del tempo e perdetevi in essa. Documentatevi. Leggete libri sulla sua storia, e sulla sua cronaca locale. Se volete giocare d'astuzia, inserite qualche evento accaduto realmente alla narrazione, ma non siate troppo precisi nel accennarvi, altrimenti rischierete di cadere nell'errore. Giocate d'astuzia, insomma, e soprattutto non sottovalutate questo elemento nella vostra vicenda. 
Se l'ambientazione è inventata, cercate comunque di prendere ispirazione da ambienti simili, così che il lettore non si trovi completamente spaesato. Se parlate di montagne, andate in montagna, e viceversa, se parlate di isole, andate su un'isola. Fate tutto ciò che è in vostro potere per ottenere una descrizione plausibile dell'ambiente, affinché esso non risulti troppo finto, falso, o artificiale.
Ricordatevi, soprattutto, che il lettore di oggi è esigente e informato. 
Il lettore di oggi pretende precisione, esige che la sua lettura abbia senso, sia credibile, plausibile o per lo meno accettabile.



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martedì 26 luglio 2016

E' chiaro!

Glauco Silvestri
Ed è chiaro che si è felici quando non ci sono più desideri, nemmeno uno… 

Noi (Sírin Classica) (Italian Edition) (Zamjatin Evgenij)
Evidenziazione Pos. 2606



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lunedì 25 luglio 2016

The Pills: Sempre meglio che lavorare - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
C'era molto Hype, in me, all'uscita nelle sale di The Pills: Sempre meglio che lavorare. Poi per un motivo o per l'altro non sono riuscito ad andarlo a vedere - come è avvenuto per molti altri titoli, dal 2013 a oggi - e così ho dovuto attendere finché non fosse disponibile in home video, per placare la curiosità che mi divorava.

Ahimé: Delusione! Lo dico subito: Delusione!

Ho conosciuto The Pills in rete, quasi per caso, cercando su youtube un video su Neon Genesis Evangelion da mostrare a un amico. Il caso fortuito mi ha diretto verso un episodio della loro web-serie, e mi sono innamorato (n.d.r. L'episodio in questione è qui sotto).



Ho cominciato a guardare la serie, pian piano, episodio dopo episodio. Devo ammettere che alcuni erano davvero geniali (n.d.r. Tipo questo), altri lasciavano un po' il tempo che trovavano. Nella media, comunque, il livello era altino... Per cui, quando ho saputo che sarebbe uscito un film, be'... Potete immaginare quanto fossi in trepidante attesa.

Sfortuna vuole che il lungometraggio non funzioni. L'idea è molto basic. Visto che alla base della web serie ci sono dei ragazzi che non lavorano, e fanno di tutto per non lavorare, e vivono di stratagemmi tali da consumare al minimo ogni energia, nella pellicola per le sale si è voluto creare 'scandalo' facendo sì che uno di loro decidesse di andare a lavorare. Tutta la pellicola è incentrata sulla crescita, sul fatto che non si può essere per sempre adolescenti, e che giunge il momento di 'accollarsi' responsabilità e quant'altro, perché queste sono lì che attendono, e non gli si può sfuggire. Carini gli intermezzi col padre che, appena andato in pensione, si dedica a tutto ciò che aveva trascurato per via del lavoro e dell'avere una famiglia da mantenere. Se i ragazzi fanno fatica dal staccare sé stessi dalla vita da teenager (con tanto di occupazioni delle scuole), dall'altro ci sono gli adulti che, al tramonto della loro esistenza, tornano per certi versi dei ragazzini, e dedicano il loro tempo al divertimento, a scoprire cose nuove, a fare ciò che prima non si sarebbero mai sognati di fare.
E così la seduzione del mondo del lavoro parte dal basso, prima per scherzo, quasi fosse una sorta di perversione, poi con un crescendo tale da diventare una dipendenza. 
Di gag divertenti ce ne sono, anche parecchie. E c'è intelligenza nel film, al punto da giocare tra colore e bianco e nero, come se i ragazzi vivessero in una sorta di multiverso dove, nel mondo in bianco e nero son sempre ragazzini, e nel mondo a colori diventano adulti, e si caricano di responsabilità.

Intelligente, quindi, ma non funziona. Per lo meno il film perde la verve e la carica delle puntate della web serie. Sembra un condensato di quanto visto, sviluppato in una tematica controversa, ma che fatica ad acquisire una propria identità. E' quasi come se la web serie fosse stata fusa in un unico lungometraggio... Esperienze di questo tipo ne ho già vissute, parecchie, e mai nessuna mi ha soddisfatto fino in fondo, sfortunatamente.

A ogni modo è carino, e lontanamente, mi ha ricordato Clerks, ma quest'ultimo è molto, ma molto, ma molto meglio.



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domenica 24 luglio 2016

Sleepers - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Ma lo sapete che solo l'altra sera mi sono accorto che il ruolo di King Benny è interpretato da Vittorio Gassman? Sto parlando di Sleepers, film tratto dall'omonimo romanzo/memoria di Lorenzo Carcaterra (n.d.r. I cui fatti non furono mai confermati dalle autorità, per lo meno fino all'uscita nelle sale del film). E a parte Gassman, il cast è davvero stellare. Si parte da un giovane Brad Pitt, da un De Niro all'apice della sua carriera, dal sempreverde Dustin Hoffman, e dall'impareggiabile Kevin Bacon.

Il film ci proietta indietro nel tempo, nell'estate del 1966, quando ad Hell's Kitchen quattro ragazzi di strada ne combinano una delle loro per mangiare degli Hotdog a sbafo, e involontariamente finiscono quasi per mandare all'altro mondo un uomo ignaro, che usciva dalla metro. Sono Lorenzo (Shakes), Micheal, John e Tommy. Italo-americani, abituati a vivere di intrallazzi, e tenuti sulla 'quasi retta via' da padre Bobby Carrillo, un prete dal passato non proprio lindo e immacolato. Per la loro bravata i ragazzi finiscono in riformatorio, dove si trovano ad affrontare quattro agenti di custodia, tra cui spicca il sadico Nokes, e il violento Ferguson. Per 18 mesi i ragazzi vengono malmenati, stuprati, seviziati, umiliati... Nessuno di loro aveva più di quattordici anni! E la loro vita, dopo quell'esperienza, assume binari molto diversi da quanto ci si aspettava. 
Dopo molti anni, siamo nel 1981, Tommy e John, divenuti gangster locali, vedono Nokes in un pub di Hell's Kitchen. Non ci pensano due volte, gli vanno di fronte, e lo crivellano di colpi di pistola. Vengono ovviamente catturati, e la procura offre il compito dell'accusa a un giovane procuratore, che altri non è che Micheal. Questi, messosi d'accordo con Lorenzo, nel frattempo diventato aspirante giornalista, decide di perdere la causa, ma di farlo facendo in modo che i fatti accaduti finissero esposti durante il processo, così da fare incriminare i tre superstiti colpevoli delle sevizie che da ragazzini avevano subito.
Quella sarà l'occasione della vendetta, e tutta Hell's Kichen si unirà nel loro progetto

Semplicemente splendido. Ottimamente recitato. La storia è intensa, potente, drammatica, e comunque narrata con una certa verve così da accontentare tutti. La voce narrante che è comunque quella di uno dei personaggi, ma che racconta la vicenda da un futuro prossimo alla vicenda, è efficacissima. Non ci trovo difetti, fotografia, montaggio, inquadrature, tutto è fatto come dovrebbe e funziona egregiamente.

Davvero un must have.



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sabato 23 luglio 2016

Quo Vadis, Baby? - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Tratto dall'omonimo romanzo di Grazia Verasani, Quo Vadis, Baby? E' la dimostrazione che anche in Italia si è capaci di produrre un buon film, ben interpretato, senza cadere nei soliti italici cliché! Ovviamente ci vuole un buon regista, come Salvatores, e degli ottimi interpreti, come Angela Baraldi e Gigio Alberti, ma anche Andrea Renzi e Alessandra d'Elia (che compare solo in clippini su VHS).

Siamo a Bologna. Giorgia fa l'investigatrice privata nella piccola ditta del padre, noto a tutti come il Capitano per il suo carattere burbero e dominante. Vive sola, col gatto e le sue frustrazioni. Il fantasma che la tormenta è Ada, sua sorella, suicidatasi sedici anni prima senza motivi apparenti. Sedici anni, e il miglior amico della sorella, un giorno, spedisce a Giorgia un pacco pieno di VHS. E' il video-diario della sorella. Giorgia guarda i filmati, e continua la sua vita scattando foto a coppie di amanti. E' perseguitata persino da uno dei suoi clienti, sospettato di aver ucciso la moglie dopo aver scoperto, a causa delle foto di Giorgia, che lo tradiva con più uomini. Guardando i video, Giorgia entra lentamente nella vita della sorella. Vuole scoprire chi è A. Un misterioso uomo che ha conquistato il cuore di Ada. Per questo va fino a Roma, per conoscere le persone che frequentava, per cercare indizi, per cercare di dipanare il mistero che aleggia attorno al fantasma di una povera ragazza suicida.
Un viaggio non facile, che attraversa i ricordi della famiglia, i suoi segreti, e che la porterà a percorrere, forse casualmente, forse no, alcuni passi della sorella stessa.

Film intenso, dalla fotografia potente, con una Bologna dipinta piovosa, cupa, invernale, carica di passione e allo stesso tempo tenebrosa. La città è sicuramente una componente importante nel raccontare la storia, perché appare così come sembra essere il carattere di Giorgia, che è interpretata davvero bene dalla brava Angela Baraldi. Il ruolo di A. è interpretato da un conturbante Gigio Alberti, che sembra tutt'altro che l'uomo sexy e fatale descritto nei VHS della sorella, ma che alla fine sa dimostrare il magnetismo giusto per conquistare le sue... vittime. Niente spoiler, perché il film naviga attraverso i segreti di una famiglia, e le paure di una donna, per cui non c'è un finale (n.d.r. Per quanto ci sia), bensì un percorso, da gustare.

Molto molto Bello!



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venerdì 22 luglio 2016

Joy - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Joy è un film particolare. La storia della ragazza che ha inventato il mocio che si strizza da solo è, per certi versi, interessante, per altri... è interessante. Però non è un capolavoro, intendiamoci, va bene per una serata in cui non si sa che fare.

Joy nasce in una famiglia particolare, il padre gestisce un'officina per autobus, la madre guarda solo telenovela, la nonna non fa altro che elargire perle di saggezza gratuitamente. Lei ha molta inventiva, e le piace inventare strani oggetti. Il tempo passa. I genitori divorziano. Lei è costretta a rinunciare agli studi perché si innamora di un cantante e fa due figli, in più ha da badare alla madre, sempre incollata alla tv, e a un padre che esce con donne sempre più giovani, o sempre più interessate al suo portafogli. Col suo solo stipendio stenta a tirare avanti e vede il suo futuro davvero grigio. Quando finisce per toccare il fondo decide di rimettersi in riga, di brevettare una sua idea - il mocio che si strizza da solo - e di provare a produrlo. Sfortunatamente, per un primo finanziamento, si affida a suo padre. Il quale si fa abbindolare dalla donna con cui sta, e - ignorando i consigli del suo ex marito - riesce sì a produrre il mocio e a venderlo, ma finisce più indebitata di prima, perché sulla sua idea ci mangiano tutti, tranne lei, che finisce per essere truffata e in bancarotta.
Fortunatamente la ragazza ha la testa dura, e...

E sfortunatamente la parte in cui dimostra di avere carattere dura per gli ultimi dieci minuti di film. Per il resto... E' la storia di una casalinga frustrata che pur sapendo di non poter fare affidamento sulla sua famiglia, si affida ad essa per realizzare il proprio sogno, e rischia per rimetterci tutto, e più di quel poco che possiede.

Punto. Non c'è molto altro da dire, se non che durante il film si vede un barlume di nascita delle televisioni via cavo, delle televendite, e un pezzo di cultura americana che sfortunatamente è stata esportata in tutto il mondo, ovvero la mercificazione di ogni cosa, persino dei sentimenti, e che il danaro è tutto, e che chi ha un buon carattere viene sfruttato e strizzato come un limone, senza alcuna pietà.
Il cast è stellare, ma sappiamo bene che ultimamente De Niro si dedica a commediole di poco conto (è uno spreco immane per hollywood, ma tant'è!). Jennifer Lowrence fa il minimo indispensabile per interpretare la sua parte, in certi momenti convince, in altri no, e nel finale sembra addirittura una donna altezzosa quando invece per tutta la pellicola ha fatto la sottomessa in stile cenerentola. Bradley Cooper fa il suo dovere, ma il suo ruolo è davvero marginale.

Ero curioso, me lo son visto, ma non è che abbia lasciato il segno. 



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giovedì 21 luglio 2016

Egitto, Splendore Millenario - #Mostre #Recensione

Glauco Silvestri
Sfortunatamente arrivo un po' lungo nel parlare dell'esposizione straordinaria sull'Egitto, a Bologna. Già Bologna godeva di una notevole collezione, per lo più radunata da diverse donazioni avvenute negli anni addietro, ma per un certo periodo questa grande collezione è stata arricchita con pezzi undici provenienti da Leiden (n.d.r. Olanda), Firenze e Torino. Insomma, una visita da non perdere...

La mostra era visitabile dal 15 di ottobre 2015 a... Al 17 luglio di quest'anno, ovvero, è appena finita.

Se ne parlo solo ora è perché non ho avuto modo di andarla a visitare prima di questo sabato, e di tentativi ne abbiamo fatti, io e la mia morosa, nei mesi scorsi... Destino ha voluto che andasse così! 

A ogni modo è stata una esposizione davvero interessante. Per lo più incentrata nell'area di Saqqara, essa attraversa tutte le epoche storiche del popolo egiziano, dalle origini, più o meno, fino agli ultimi anni della sua esistenza, quando fu prima influenzato dai vari popoli circostanti, poi dai greci, fino alla conquista da parte dell'Impero Romano.
Un percorso espositivo di 1700 metri quadri, con 500 reperti provenienti dall'Olanda, più altri reperti provenienti da Torino e Firenze... Ma questo ve l'avevo già anticipato. 
Stele di Aku
Per la prima volta sono esposti capolavori, tra cui: la Stele di Aku (XII-XIII Dinastia, 1976-1648 a.C.), il “maggiordomo della divina offerta”; gli ori attribuiti al Generale Djehuty, che condusse vittoriose le truppe egiziane nel Vicino Oriente per il faraone Thutmose III (1479-1425 a.C.); le statue di Maya, sovrintendente al tesoro reale di Tutankhamon, e Meryt, cantrice di Amon, (XVIII dinastia, regni di Tutankhamon-Horemheb, 1333-1292 a.C.), massimi capolavori del Museo Nazionale di Antichità di Leiden, che hanno lasciato per la prima volta l’Olanda.

Tra i numerosi oggetti che testimoniano il raffinatissimo stile di vita degli Egiziani più facoltosi, un Manico di specchio (1292 a.C.) dalle sembianze di una giovane fanciulla con in mano un uccellino.

Infine, per la prima volta dopo 200 anni dalla riscoperta a Saqqara della sua tomba, la mostra offre l’occasione unica e irripetibile di vedere ricongiunti i più importanti rilievi di Horemheb, comandante in capo dell’esercito egiziano al tempo di Tutankhamon e poi ultimo sovrano della XVIII dinastia, dal 1319 al 1292 a.C.

Statue di Maya e Meryt
Gioielli, vasi, tavole per le offerte, pettorali, statue, gli immancabili vasi canopi, rilievi, stele, oggetti in uso nella vita quotidiana, riproduzioni di imbarcazioni, sarcofagi, mummie, pergamene, armi da battaglia e armi da parata... 
A tutto ciò va aggiunto la più grande collezione in Italia di amuleti e statuine, la collezione bolognese, che per motivi logistici, durante il percorso, appare staccata da tutto il resto, visto che per visitarla è necessario lasciare le sale espositive del materiale giunto da 'fuori', scendere delle scale, ed entrare nell'area dove i reperti bolognesi sono normalmente conservati (n.d.r. Al freddo, per di più, visto che in quell'area la temperatura era talmente bassa che la ragazza di guardia indossava un piumino!).

Un viaggio attraverso secoli e secoli di storia, dove è possibile ammirare l'evoluzione artistica e culturale di un popolo, dove si possono notare le influenze provenienti dalle culture vicine, e da quelle conquistatrici, fino a quelle dominatrici. Davvero un'esposizione interessante e approfondita di cui ne è valsa la pena visitare.

Per maggiori informazioni, vi consiglio di cliccare qui, qui e qui. Il catalogo lo trovate qui.

Segue inoltre un breve video in cui è possibile dare una sbirciatina alle opere presenti in mostra.









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mercoledì 20 luglio 2016

I personaggi - #Corso #Scrittura

Glauco Silvestri
E' luogo comune credere che lo scrittore metta sé stesso all'interno dei suoi personaggi. 
Luogo comune ma anche mezza verità, perché è plausibile che il comportamento dei personaggi vada a mutuare le esperienze dell'autore, ad assorbirne l'indole, e forse anche la personalità. E' però vero anche che i personaggi non possono essere tutti uguali, soprattutto, devono avere personalità differenti, atteggiamenti diversi, e caratteri univoci. Ed è anche vero che ognuno di noi è influenzato da ciò che lo circonda, dall'ambiente in cui è cresciuto, dall'educazione che ha avuto, dalle persone che frequenta, e per quanto abbia una propria autonomia, finisce per fare parte di un assieme più grande, di esserne una cellula, e in quanto tale, non possedere una assoluta autonomia.
Nessun uomo è un'isola (cit. John Donne)
Non a caso l'essere umano è un 'animale sociale'. E' normale per noi umani vivere in società complesse, abitare in agglomerati di più famiglie, in città, paesi, di rado da soli, per lo meno radunati in gruppi familiari. Gli eremiti, di solito, sono eccezioni. Per quanto si possa affermare di amare la solitudine, e io sono uno di quelli che lo afferma, è altrettanto vero che il concetto di solitudine espresso in quella frase non è assoluto come si può immaginare in maniera astratta.
Tutto ciò va considerato quando andiamo a costruire un personaggio.
Non basta dire che John Doe è alto un metro e ottanta, ha gli occhi chiari, e i capelli castani. Questo John Doe è una marionetta, non un personaggio. Il vero John Doe è nato in una famiglia, è cresciuto in una comunità, ha vissuto traumi e gioie, ha fatto scelte giuste e sbagliate, ha amato, ha odiato, ha sofferto, ha fatto soffrire, ed è quest'ultimo che deve comparire in un testo.

Quando si è alle prime armi, l'errore più frequente è proprio quello di non dare peso ai personaggi, soprattutto a quelli secondari, ma anche a quelli principali. Si ha talmente fretta di voler raccontare la storia che si ha in testa da dimenticare il fatto che, raccontando una storia, si racconta anche una vita, e a volte persino più di una. Se all'interno di una storia si mettono delle marionette, ecco che il castello di carte tanto sognato crolla miseramente.
E' per questo motivo che, in una precedente lezione, avevo affrontato il problema di creare una sorta di scheda personaggio. Tale scheda, oltre a permettere allo scrittore di non cadere in contraddizione su 'fattori anatomici e/o comportamentali' del personaggio stesso, offre l'opportunità di staccarsi per un attimo dalla narrazione per comprendere meglio il personaggio, i personaggi, che si vogliono all'interno della vicenda. Ed è importante che ciò accada...

Perché un personaggio si commuove di fronte a una certa scena? Gli ricorda un momento della sua vita? La perdita di una persona cara? Un'esperienza che l'ha segnato? 
Perché un personaggio è cattivo? Ha subito dei traumi nella sua infanzia? E' egocentrico? Ha problemi a rapportarsi con gli altri?
Perché un personaggio è timido? Ha vissuto in una famiglia troppo protettiva? E' stato maltrattato a scuola? Non si sente all'altezza della situazione? Prova sentimenti profondi per un altro personaggio?

Queste e molte altre domande si deve porre lo scrittore, e lo deve fare molto prima che se le ponga il lettore, perché quest'ultimo non accetterà mai un 'perché sì' come risposta!

Ma come si fa a costruire un personaggio che funziona? Non c'è un solo metodo. 

Di sicuro inventare di sana pianta non funziona. 

Io passavo ore ed ore a osservare le persone. Amando anche la fotografia, mi piazzavo sulla scalinata di una chiesa, di fronte a una piazza, e cercavo soggetti interessanti. Studiavo il loro modo di camminare, di gesticolare, di vestire. Li osservavo parlare con amici e parenti. Cercavo di carpire informazioni utili per costruire poi ciò che mi serviva nelle mie storie. Uomini, donne, bambini... Ognuno ha caratteristiche peculiari che vanno interpretate. L'osservazione è uno strumento utile per capire molte di queste caratteristiche.
Ovviamente non bisogna violare la privacy di alcuno. C'è sempre un limite, non bisogna essere invasivi, ma credo che l'unico modo per conoscere il comportamento delle persone sia l'osservazione.

Esistono poi diversi gradi di approfondimento. Dipende anche dalla storia che si sta scrivendo, da quanto è lunga, e dal ruolo che avrà il personaggio. Le comparse possono avere un minimo di tridimensionalità senza bisogno di conoscere tutto di loro, i comprimari devono avere un discreto spessore, il protagonista e tutto ciò che gli orbita attorno, non deve avere lacune. 

L'esperienza è molto importante in questo tipo di costruzione. Bisogna essere severi con sé stessi. Rileggere il proprio lavoro e chiedersi se, nel caso fosse stato scritto da altri, ciò sarebbe bastato a soddisfarci. Essere critici con sé stessi aiuta molto. Studiare il comportamento umano aiuta ancora di più. Può persino essere utile leggere qualche libro di sociologia, per comprendere meglio come agiamo noi uomini quando siamo soli, e quando siamo in gruppo. Ed è persino utile studiare i messaggi del nostro corpo, la gestualità, e le forme espressive... E non pensiate che basti guardare Lie to me per risolvere la questione!



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martedì 19 luglio 2016

Inassoggettabile

Glauco Silvestri
La temi perché ti sovrasta, la odi perché la temi, l’ami perché è qualcosa che non puoi assoggettare a te stesso. Si può amare, infatti, soltanto ciò che è inassoggettabile.

Noi (Sírin Classica) (Italian Edition) (Zamjatin Evgenij)
Evidenziazione Pos. 1034-35



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lunedì 18 luglio 2016

L'attimo Fuggente - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Ne avevo parlato giusto qualche giorno fa, de L'attimo Fuggente. Parlavamo del sistema educativo americano degl'anni cinquanta, e lo avevamo fatto dal punto di vista femminile. Questa volta, siamo nel 1959, ne parliamo dal punto di vista maschile, all'accademia di Welton, una scuola elitaria e conformista ubicata nel Vermont. Se nell'altra occasione era stata una insegnante di storia dell'arte a essere messa all'indice, questa volta è un professore di lettere, John Keating, a provocare scandalo.
L'uomo, il suo modo di insegnare, viene assorbito in modo incredibile da un gruppo di ragazzi effervescenti, i quali decidono persino di riformare un club a cui lo stesso Keating aveva fatto parte da giovane, quando anch'egli aveva studiato a Welton. Ri-nasce così la Società dei Poeti Estinti. Sette ragazzi, ognuno diverso dagl'altri, ognuno con le sue debolezze, le sue virtù, e le sue ambizioni. La Società segreta fa sì che i ragazzi imparino a pensare a modo loro, e a vivere la vita secondo le loro vere ambizioni. Ciò li porta, però, a scontrarsi con la realtà, con i propri genitori, con situazioni più grandi di loro. Molti ne usciranno sconfitti, uno si suiciderà, e lo stesso Keating ne subirà le conseguenze.

Il cast e la regia sono davvero ottimi. Robin Williams veste i panni di Keating, e molti volti oggi ben conosciuti nello star system americano sono a interpretare i ragazzi dell'accademia. Il film funziona egregiamente, anche dopo anni, se non decenni, dalla sua realizzazione. Storia potente, ricca di spunti, divertente, drammatica... In pratica, un denso concentrato di emozioni che trascina nella vicenda anche lo spettatore. Difetti non ne vedo. Il film affronta il tema fondamentale della formazione degli uomini di domani, e lo fa in un periodo in cui ancora la società (americana, ma non solo) sta a cavallo tra il conformismo e la libertà di pensiero. Non che gli istituti scolastici siano cambiati molto da quegl'anni, ma di sicuro oggi, gli insegnanti illuminati sono più numerosi, e soprattutto, non vengono osteggiati come in passato... Anzi, forse sono i più richiesti, e magari motivo di scelta da parte di un giovane su quale istituto scolastico frequentare. Eppure rimangono ancora idiosincrasie di difficile soluzione. La cultura è ancora oggi considerata un extra, e nonostante i paroloni e le battaglie politiche - sempre verbali - al riguardo, i tagli economici da parte delle istituzioni vanno sempre e comunque a tagliare in quel campo. E così le scuole producono uomini di domani che appaiono più macchine capaci di svolgere un compito piuttosto che persone capaci di pensare e comprendere, e soprattutto decidere che fare di loro stesse. 

L'attimo fuggente è un film di condanna, o di rivelazione, che ancora oggi è attuale, e che andrebbe studiato, osservato, e valutato con attenzione. Allo stesso tempo intrattiene e diverte, il che non è un male. Sempre e comunque, un must have per la propria collezione privata di film.



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domenica 17 luglio 2016

Avatar - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
La trama di Avatar la conosciamo tutti, per cui non mi dilungherò troppo nella vicenda, che vede - strizzando l'occhiolino a Pocahontas - l'uomo come predatore di mondi altrui in conflitto con una vita intelligente aliena, più arretrata tecnologicamente. E' la storia di un soldato umano che si innamora di una principessa aliena, e per amore cambia bandiera, e aiuta gli alieni a sconfiggere la sua stessa razza. A ciò aggiungiamo un po' di sci-fi, non grazie ad astronavi ed esoscheletri, bensì sottolineando che il bello di Pandora è l'interconnessione neurale tra le specie autoctone, vegetali e animali... Una sorta di internet biologica. Mica male, no?

Il film vede il suo più grande merito nella fotografia. La ricostruzione di Pandora è davvero eccezionale e il film merita di essere visto più e più volte solo per studiare la biologia del pianeta, le abitudini delle specie autoctone, per godersi lo spettacolo delle montagne volanti, o delle piante fluorescenti, o dei cavalli a sei zampe che si nutrono del nettare dei fiori proprio come fossero piccoli insetti. Avatar è magico proprio per questo, ed è eccezionale proprio per questo. 
Per il resto è un film senza troppe pretese, ben realizzato - Cameron è un maestro in questo - ma con una trama estremamente prevedibile.

Il particolare di questa visione è che, per la prima volta, ho guardato il film sul mio televisore. Fino a oggi, difatti, me lo ero guardato solo sul  mio Cinema Display da 24", visto che avevo colto una delle rare occasioni offerte da iTunes e me lo sono comprato in formato digitale. E' un annetto che possiedo una Apple TV di terza generazione, comprata per pochi euro, ricondizionata, giusto perché volevo provare quanto fosse utile/inutile rispetto ad altri sistemi più tradizionali. Ebbene, a parte qualche impuntamento iniziale - dovuto al fatto che mi ero dimenticato il Mac Mini acceso a fare un backup di sicurezza di un disco di rete - la visione è davvero strepitosa.
Fino a quest'oggi, difatti, avevo usato la Apple TV per lo streaming della mia musica, per spulciare su Youtube senza dover per forza accendere un computer, poco altro... Tutto ciò che farebbe una normale smart tv senza particolari scatolotti attaccati, ma io non ho una smart tv. Poi mi son ricordato che su iTunes ho quattro o cinque film che mi sono accaparrato ai bei tempi, quando Apple faceva i regali di natale, e i Black Friday... C'era ancora Jobs, che ci vuoi fare!

Detto ciò, non so più se questa è una recensione del film o della Apple TV. Fatto è che, nell'uso quotidiano, lo scatolotto Apple offre la maggior parte delle cose che uno vorrebbe da lei. Visione dei film acquistati su iTunes, connessione ai principali servizi di Streaming online free e a pagamento (tipo Netflix, ma non Mediaset e Sky, ovviamente, che hanno il loro scatolotto!), permette di vedere tutto ciò che si ha sui propri dispositivi mobili, o sul proprio Mac tramite Airplay, e di ascoltare la propria musica, sempre attraverso iTunes (solo quella acquistata, oppure tutta se si è sottoscritto iTunes Match, o addirittura tutto ciò che esiste se si ha un contratto Apple Music).
Il wifi è buono, in banda /n a 150Mbs. Fa tutto ciò che ci si aspetta senza problemi, a meno che - come me - non possediate una rete wifi piuttosto trafficata.

A mio parere manca solo la compatibilità col protocollo Dlna. Grazie a quello potrei vedere dalla AppleTV i files multimediali conservati sul disco di rete in modo molto molto comodo. E' davvero un peccato!

Tornando al film... Lo conoscete, dai, dite la verità. Non c'è bisogno che vi dica che merita di essere visto! 



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sabato 16 luglio 2016

Codice d'Onore - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Adoro Codice d'Onore. E' un film che non mi stanco mai di guardare. E' un film che mi ammalia. Il cast funziona come una ruota ben oliata. I personaggi, per quanto ben inquadrati in una struttura statica, funzionano. Ci sono i marines ligi al dovere. Ci sono gli ufficiali di marina che a malapena sanno di essere nell'esercito. Ci sono donne ufficiali che si sentono sempre sotto esame e vogliono dimostrare di valere a ogni costo. Ci sono alti ufficiali carichi di responsabilità, e per questo motivo, probabilmente convinti di essere onnipotenti.

Tutti questi elementi si incontrano e scontrano in un'aula di tribunale, per la morte del soldato William T. Santiago, avvenuta come conseguenza a un atto di nonnismo (n.d.r. Codice Rosso).
Colpevoli dell'atto di nonnismo sono il soldato Louden Downey, e vicecaporale Harold W. Dowson. L'inchiesta è affidata al giovane, arrembante, tenente Danile Kaffee, coadiuvato dal capitano della commissione disciplinare Joanne Galloway, e dal suo amico, il capitano Jack Ross.
L'indagine sembra avere una conclusione scontata, fino a che Kaffee si domanda: Perché affidare un caso così semplice a un avvocato noto per essere incline al patteggiamento? Il sospetto che si voglia insabbiare qualcosa cresce mano a mano che il processo avanza, e quando il tenente colonnello Matthew Markinson scompare, il sospetto si tramuta in certezza.
Da quel momento Kaffee è costretto a muoversi sul fil di lana. Da un lato i due marines non accettano una condanna a sei mesi per aver obbedito a un ordine, dall'altro il capitano Galloway non accetta di chiudere la vicenda con una scappatoia... Ma proseguire significa accusare di spergiuro il comandante della base di Guantanamo, Nathan R. Jessep, e mettere a rischio la propria carriera

Non ho altro da dire... Il film è perfetto! E se non temete gli spoiler, fate play sul video qui sotto.




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venerdì 15 luglio 2016

Barbie. The Icon - #Mostra #Recensione

Glauco Silvestri
In teoria avrei dovuto andare a vedere una esposizione dedicata all'Egitto, ma il destino ha voluto che le cose andassero in modo diverso. Pazienza. Era un caldo afoso. Il tema mi interessava il giusto, ma gli ambienti climatizzati avevano la loro attrattiva.

Barbie, all'anagrafe nota come Barbara Millicent Roberts, porta molto bene i suoi 56 anni di vita. Fedele al suo Ken per 40 anni, ebbe una sbandata poco duratura con il surfista australiano Blaine Gordon, ma di recente è tornata da Ken perché... Si sa che dei surfisti non ci si può fidare!

Ma questo è Gossip... La Barbie è invece altro, un simbolo, un icona, una rappresentazione della moda, della sua evoluzione, e dei mutamenti culturali che essa ha portato nella vita di tutti i giorni. Basti pensare che il primo modello della Barbie, vestita semplicemente con un costume intero a righe bianche e nere, e scarpe col tacco, sdognanò il fatto che le donne trovassero normale andare in spiaggia con scarpe alte. Modello, questo, che nel 2006 fu venduto all'asta per oltre 27000 dollari... Alla faccia del giocattolo.

La prima Barbie
Come nacque Barbie? Da una semplice illuminazione. La sua creatrice notò che la figlia preferiva giocare con delle sagome ritagliate dalle riviste di moda piuttosto che con le sue bambole di pezza. La bimba dava ai suoi giocattoli dei ruoli da adulti e... E così scoccò la scintilla. Ruth - così si chiamava la madre di questa bambina - parlò della sua idea col marito Elliot, che essendo co-fondatore della Mattel, decise di metterla in pratica.
La prima bambola era sia mora che bionda, e aveva un volto molto differente da quello che ricordavo io da bambino. Se non ricordo male il volto originale era ispirato a Doris Day, mentre quella dei 'miei anni' era ispirato a Farrah Fawcett. Pochi anni più tardi arrivò la prima Barbie nera - sono gli anni ottanta - e poco dopo quella ispanica.

Golden Dream Barbie (1980)
Nel frattempo Barbie diventa una cosa seria. Non è più un giocattolo e basta. I vestiti vengono curati da veri stilisti di moda, rispecchiano le varie epoche, e alcuni addirittura ispirano il vestire del periodo. Benetton, Moschino, e tanti tanti altri marchi blasonati hanno creato una loro linea di abiti per Barbie. Barbie diventa anche un simbolo dell'emancipazione femminile. Il suo motto è "I can Be", ovvero "Io posso essere" qualsiasi cosa. Difatti Barbie diventa astronauta, membro dell'UNICEF, pilota aeronautico, ballerina, campionessa olimpionica... E tanto tanto altro ancora. Non si sposerà mai, non avrà mai figli, del resto però non invecchia mai e si rinnova di continuo. Tanto che la Mattel ha visto giusto nel creare delle varianti ognuna con le caratteristiche etniche delle varie popolazioni del mondo. E così la Barbie cambia volto di nazione in nazione, cambia colore della pelle, e cambia modo di essere sé stessa. 

Oggi ne esiste addirittura una variante curvy, ma anche una variante bassa, e una alta.


L'attuale gamma della Barbie

In "pochi" sanno che Barbie non è figlia unica, anzi... La sua famiglia è piuttosto numerosa. C'è Skipper, la sorellina, i gemelli Tutti e Todd, Stacie, Shelly, e la piccola Krissy. La sua migliore amica è Midge, sposata con Alan, e con tre figli. E' nata a Willow, nel Wisconsin, non è laureata, ma parla correttamente 50 lingue perché si è trasferita di paese in paese, ha svolto innumerevoli lavori, eccetera eccetera. Nel tempo ha posseduto 38 animali, diverse auto, tra cui anche un camper, e nel 2004 si candidò persino per la Casa Bianca.

Tra tutte le varianti della Barbie, la Mattel ha prodotto anche una versione in ceramica appositamente pensata per i collezionisti. E una linea intera dedicata ai film, e alle serie televisive, di maggiore successo.

La mostra, di conseguenza, è tutt'altro che noiosa. Certo, si possono trovare bambini incuriositi che corrono qua e là senza comprendere il significato dell'esposizione, e anche madri nostalgiche che indicano le loro Barbie favorite, quelle che ebbero, quelle che non ebbero mai. Ma anche questo fa parte del mito, e dell'icona, che è divenuta Barbie.
L'esposizione raccoglie oltre 500 modelli sul miliardo prodotto da Mattel in 60 anni. Sono catalogati in dodici sezioni e organizzati secondo una linea temporale che segue anche mode e stili di vita del mondo reale.

Una breve descrizione dell'esposizione la trovate nel video che segue...


Maggiori info: qui e qui. Il catalogo lo trovate qui.



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giovedì 14 luglio 2016

Primi Scampoli di... (Parte 3)

Glauco Silvestri
Terzo passaggio a volo radente per mostrare la cucina. E' il focolare della casa, e di conseguenza doveva essere un ambiente accogliente e allo stesso tempo pratico. Ci abbiamo lavorato parecchio sopra, e non sono mancati gli inconvenienti, primo tra tutti una parete dove ovunque si forasse c'era il rischio di bucare qualche tubo condominiale. A ogni modo, alla fine, abbiamo trovato il giusto compromesso.

Si tratta di un ambiente colorato, un azzurro ceruleo che si frammista con un bianco panna molto tenue. I pavimenti richiamano il colore dei mobili, mentre gli elementi in metallo, sedie e sgabelli, ,a anche il banco da lavoro, staccano un po' dal tema per evitare che diventi opprimente. Ovviamente la parete tutta a finestra domina, e c'è un piccolo banconcino dove è possibile fare colazione guardando il verde del giardino sottostante.

Ecco! Il banconcino... Il banconcino di cui abbiamo - ahimè - sottostimato le misure. Dovremo provvedere ad allungarlo un pochino, o rinunciare a uno dei due sgabelli. Vedremo. A ogni modo è colpa "nostra" (n.d.r. Leggi: mia) che abbiamo voluto stare dalla parte dei bottoni, per non ingombrare troppo di fronte alla porta-finestra che da in terrazza.

Risolveremo! Nel frattempo l'immagine qui a fianco vi mostra com'era al momento dell'acquisto, come l'abbiamo immaginata sul 3D, e il risultato finale.

Note a margine: Il lavoro in 3D l'abbiamo fatto da soli grazie all'ottimo Sweethome 3D, gratuito, e davvero immediato, ma soprattutto facile, da usare. Lo consiglio.


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mercoledì 13 luglio 2016

Tecniche Narrative - #Corso #Scrittura

Glauco Silvestri

Come si racconta una storia? Se siete dei lettori forti, probabilmente, ve ne sarete fatti un'idea già da soli. Le possibilità non sono infinite, e di solito si cade su tre strategie principali, di cui vorrei parlare proprio in questo capitolo del corso.

Narrativa in Prima persona.
E' probabilmente lo stile narrativo più semplice da applicare, specie se a narrare la vicenda è il personaggio principale della storia. Personalmente ho usato questa tecnica per la collezione di racconti Un Pacco, tre ragazze, e un Ginseng. Questo stile narrativo ha vantaggi e svantaggi.
Il vantaggio principe è che, narrando in prima persona, è facile che il lettore si affezioni al personaggio narrante, vi si impersoni, e segua il racconto con più entusiasmo visto che è come se lo vivesse lui stesso. 
A narrare la storia è il personaggio principale.
Vantaggio e svantaggio allo stesso tempo.
Lo svantaggio più grave è che questo stile non permette l'infodump (n.d.r. Che cos'è l'infodump? Ne parleremo più avanti) e di conseguenza non si può raccontare particolari o dettagli che il personaggio narrante non sa e non può sapere. Questo limita di molto le potenzialità narrative, visto che non è possibile divergere dalla linea principale del racconto, e soprattutto, non si possono fare troppe digressioni senza rischiare di troncare il rapporto lettore/lettura. E' evidente che il personaggio narrante non può essere a conoscenza di eventi non accaduti in sua presenza, che non può morire, e che deve essere sempre presente in ogni momento della storia. E' una situazione complessa da gestire, e a volte, spesso in verità, si rischia di cadere in incongruenze che possono violare il 'contratto' sottoscritto con il lettore (n.d.r. Il cosiddetto Principio di Sospensione della Credulità. Anche di questo ne parleremo più avanti).

La narrazione può avvenire sia in tempo presente, quindi in tempo reale, con tutti i limiti che ne conseguono, sia in tempo passato, con un più ampio margine di manovra visto che sarà una vicenda basata sui ricordi del personaggio principale. Appare evidente che la narrazione in tempo presente può diventare un vero e proprio campo minato, per cui bisogna davvero sapere ciò che si sta facendo.

Narrativa in Terza Persona.
La terza persona è il giusto compromesso, probabilmente, per raccontare una storia. Si tratta di una tecnica che ho usato spesso nei miei lavori, come ad esempio in In Catene. E' uno stile che non si discosta troppo dal precedente, ma non soffre dei problemi sopra citati, per lo meno non in modo così grave.
Chi racconta è comunque un personaggio, ma è un testimone alle vicende e non il personaggio principale.
La voce narrante è un testimone, un personaggio della vicenda che può avere una visione più ad ampio spettro rispetto alla situazione in cui si narra in prima persona. E' come se ci sedessimo a un tavolo occupato di un bar, e il tizio seduto comincia a raccontare delle storie sul barista. In questo caso è possibile tentare anche un briciolo di infodump, senza cadere nell'onniscenza, ovviamente. In questo caso dobbiamo ancora stare attenti che nella storia non accada il decesso della voce narrante stessa, ovviamente. In questo caso vale ovviamente ancora il 'contratto' sottoscritto con il lettore. Però la narrazione risulta più snella, ed efficace, se non altro perché la maggior parte dei racconti è realizzata in questo modo, e i lettori vi sono già abituati.

Anche in questo caso è possibile usare sia il tempo presente, sia il passato. I limiti sono gli stessi sopracitati. Se si narra in tempo presente, il personaggio che racconta la vicenda non può conoscere ciò che accadrà nel futuro, e neppure come finirà la vicenda. Queste sono sabbie mobili da evitare, ve lo assicuro.

Voce Narrante.
Anche questo è un metodo molto usato. E' il più comodo di tutti, perché chi narra la vicenda non sta partecipando a essa, sa tutto, come fosse lo spettatore di un film di cui già conosce la trama, o anzi, di cui ha già assistito alla proiezione. In questo caso lo scrittore può fare proprio tutto. Può raccontare un episodio, fare un salto avanti nel tempo, o indietro, o nello spazio, per raccontare qualcosa d'altro, e poi tornare al personaggio principale. Può prendersi pure la briga di interrompere la vicenda per scrivere un capitolo di approfondimento. Un esempio eclatante di questo genere narrativo è I promessi Sposi.
La voce narrante è onnisciente, come fosse una divinità che osserva i comuni mortali per divertimento.
Questo stile narrativo vi permette di essere Dio, potete persino far morire il personaggio principale che nessuno potrà ribellarsi. Una narrazione di questo tipo consente addirittura la stesura di storie che vanno oltre la vita dei personaggi da cui inizia la storia, si può raccontare la storia di una genia nei secoli, o di una famiglia di generazione in generazione. Follett ne fa un buon uso nella sua trilogia Century.
C'è solo un grosso problema: giocare a fare Dio può far prendere la mano. C'è rischio infodump. C'è rischio di perdersi per i troppi dettagli, c'è rischio di far perdere al lettore il focus della vicenda. Bisogna essere bravi, a un grande potere corrisponde una grande responsabilità (cit).


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martedì 12 luglio 2016

Labbra

Glauco Silvestri
Tutte le donne sono labbra, nient’altro che labbra.

Noi (Sírin Classica) (Italian Edition) (Zamjatin Evgenij)
Evidenziazione Pos. 1021-22



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lunedì 11 luglio 2016

Primi scampoli di... (Parte 2)

Glauco Silvestri
Oggi vi mostro il bagno, anche se in foto rende molto poco rispetto alla realtà, specie in un formato ridotto e riadattato come in questo caso. E' comunque l'orgoglio della mia metà, con i suoi colori, i suoi spazi, e tutto ciò che desiderava.

E' stato impegnativo... Realizzare questo bagno è stato davvero impegnativo. Colpa di una parete dove passa di tutto, e che permette davvero poca libertà di movimento. A ogni modo avevamo a disposizione un bravo idraulico, e un bravo muratore. E poi c'era quel maledetto rubinetto... L'abbiamo cambiato tre volte perché perdeva sempre.
Senza contare la finestra, praticamente incastrata tra le due pareti, e il cassonetto, che montarlo è stata un'impresa, e fare in modo che possa essere accessibile per lavori di manutenzione lo è stato ancora di più.

A ogni modo, tutto è bene ciò che finisce bene. 

Nella foto mancano ancora alcuni dettagli, come la lavatrice, i porta asciugamani, etc etc... Del resto si tratta ancora di un work in progress.



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domenica 10 luglio 2016

Il paradiso può attendere - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Altra pellicola vintage a cui sono molto affezionato (n.d.r. Anche se ormai la si vede da schifo). Il paradiso può Attendere ha parecchi anni sulle spalle, ma non soffre di vecchiaia perché i temi sono piuttosto semplici, e gli effetti speciali, per quanto molto agé, funzionano ancora.

La storia è quella di Joe Pendleton, quarterback dei Rams, che si sta preparando per il Super Bowl dopo un brutto infortunio al ginocchio. Mentre sta tornando a casa in bicicletta, attraversando una galleria, viene coinvolto in un incidente stradale per via di un sorpasso azzardato, e perde la vita. In realtà, per colpa di un angelo un po' precipitoso, il suo spirito viene portato in cielo un attimo prima che l'incidente accada, così da non fargli provare sofferenze atroci, ma si tratta di un gesto di pietà che finisce per costare caro a Joe, in quanto non era destinato a morire, bensì a schivare l'incidente e rimanerne illeso.
Giunto a un punto di smistamento per il paradiso, il supervisore dell'aldilà cerca di sistemare la questione proponendo a Joe un nuovo corpo (n.d.r. Il suo è stato cremato). Sono le spoglie del miliardario del petrolio Leo Fansworth, che sta per essere ucciso dalla moglie e dal suo segretario personale. Si tratta di una 'sistemazione temporanea' in attesa che sia disponibile il corpo di un giocatore di Football, ma mentre occupa le spoglie del magnate, prende a cuore la causa di una maestra inglese, Betty Logans, che si sta battendo per il paese in cui vive, dove le industrie Fansworth vorrebbero costruire una raffineria. Joe si innamora di Betty, e mentre schiva ogni tentativo di ucciderlo perpetrato dalla moglie e dal suo amante, fa sì che le sue industrie cambino completamente politica... 

Non so voi, ma a mio parere non li fanno più film di questo genere. Le commedie sono quasi sempre sentimentali; il paranormale ha sempre trame astruse, che se non sono guidate dagli effetti speciali, finiscono sempre per avere qualcosa di drammatico e/o horror; la fantascienza ormai fa il verso ai titoli del passato, e di rado produce qualcosa di veramente nuovo, più spesso sono reboot, o remake, o ancora vicende tratte dai comics, che però non brillano di originalità (i soliti Superman, Batman, Spiderman, e poi il nuovo filone Avengers, e il filone ormai abusato degli X-Men). Non so voi, ma sento molto il bisogno di aria fresca, e a parte qualche chicca che proviene dai cinema d'essay, il mercato dei blockbuster non è più capace di rinnovarsi veramente. Per cui ripiego sui film del passato, come questo, con un Worren Beatty che convince, senza alcuna fatalona che abbaglia le telecamere, dei costumi da palestra, e ambientazioni credibilissime. Divertenti sono i camei con la servitù di Fansworth. Bravissime le comparse, nei loro ruoli compìti che però lasciano trasparire la sorpresa per i cambiamenti comportamentali del loro datore di lavoro.
Simpatica anche la vicenda, mai pesante, con quel pizzico di humor inglese, colpi di scena all'acqua di rose, e una storia d'amore fatta di semplici sguardi, e non banalizzata a semplice sesso come spesso avviene ai giorni nostri.

Un film pulito, divertente, che continuo ad apprezzare. 



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