martedì 31 maggio 2016

Abbracci

Glauco Silvestri
L’abbracciò e si lasciò abbracciare. Ci vogliono quattro abbracci al giorno per sopravvivere, otto per vivere e dodici per crescere.

Cose che nessuno sa (Alessandro D’Avenia)
Evidenziazione a pagina 161 | Pos. 2461-62



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lunedì 30 maggio 2016

Creed - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Volevo andare a vedere Creed al cinema, poi le cose sono andate diversamente e... Solo oggi ho l'occasione di parlarne perché, finalmente, l'ho visto. 

No, non mi è piaciuto!

O meglio, ci sono cose buone, cose meno buone, e cose che proprio non ho apprezzato. Il problema è che queste ultime pesano molto di più delle altre, sulla mia bilancia personale. 

Il film è un evidente tentativo di svecchiare il Franchise di Rocky, anche perché Stallone non può fare certo il pugile per sempre. Buona l'idea di mostrarlo anziano, stanco, e solo. Poleey è morto. Adriana è morta. Il figlio è chissà dove e non si fa più sentire. A lui è rimasto solo il ristorante, e anche la storia affettiva che sembrava accendersi in Balboa deve essersi sopita in gran silenzio. Diciamocelo, Rocky è stanco e sta aspettando la fine, tanto che non va più neppure alla palestra di Mickey. Qui Stallone è bravissimo. Al momento della scrittura di questo post non so ancora se riuscirà a ricevere un Oscar per questa interpretazione, ma lo meriterebbe.

Adonis Johnson è figlio di illegittimo di Apollo Creed, avete presente? E' cresciuto senza un padre perché Apollo è morto sul ring prima ancora di sapere di aspettare un figlio... Figuratevi! Adonis è cresciuto tra centri di assistenza e riformatorio, finché la moglie di Creed non decide di prenderlo sotto le sue cure. Lo alleva, lo cresce, gli dà un'istruzione e una vita agiata. E' una sorta di compensazione per quanto non ha mai potuto sperimentare, ovvero l'amore di un padre. Il fatto è che Adonis fa sempre a botte, non può farne a meno di fare a botte, ed è per questo che è attratto dalla boxe. Ovviamente fa tutto in gran segreto, perché sua 'madre'  non vuole vederlo combattere, e morire, su un ring. Ma questi non si arrende. Disputa qualche incontro a Tijuana, in Messico, e sogna di essere allenato da Rocky Balboa.
Questa parte è un po' tirata. Ma ormai si è già detto e fatto tutto in questa saga, e l'idea del figlio illegittimo di Creed fa girare gli ingranaggi senza cadere in un deja vù.

Creed prima prova a farsi allenare nella palestra dove si allenava il padre, Apollo. Qui lo snobbano e lo buttano fuori a calci (n.d.r. Nessuna spiegazione plausibile). Allora decide di andare a Philadelphia, da Rocky... E Rocky non lo vuole allenare, per lo meno non lo sbatte fuori dal ristorante a calci. Gli offre la cena, qualche consiglio, e lo invita ad andare alla palestra di Mickey. Qui viene accolto freddamente, anche perché Creed ha deciso di nascondere le sue discendenze e di usare il cognome della madre. Lo prendono... Prendono tutti... Basta che paghi. E lui paga. Però l'allenatore della palestra segue solo il suo pupillo, che è poi il figlio, per cui Creed è costretto a continuare da autodidatta.
E va be', passiamo pure questa!

Torna da Rocky e lo convince - ovvio - a dargli qualche esercizio da fare. E bum! All'improvviso ecco che Rocky torna da Mickey, snobba l'amico di una vita che ha rimesso in piedi la sua vecchia palestra, e si mette ad allenare Creed. Lo porta fuori persino dalla palestra di Mickey, ad allenarsi nei bassifondi, in un sobborgo della città. Questo crea - ancora ovvio - delle gelosie, per cui viene organizzato un incontro tra il pupillo del gestore della palestra di Mickey, e Creed. Chi vincerà mai?

La trama comincia a cadere nell'ovvietà, e ad annoiare. La storiella d'amore con la ragazza del piano di sotto, che sta diventando sorda e fa la musicista, è raccontata in modo tanto superficiale da apparire finta, bidimensionale, superflua. Ma il peggio arriva ora, quando il campione di pesi medi, dopo una bravata in una serata alcolica, si ritrova con una condanna a sette anni di prigione. E allora il suo manager, per far cassa il più possibile, gli consiglia di sfidare Creed (n.d.r. Le cui discendenze sono ormai svelate ai media) per il titolo. Non vi ricorda qualcosa?
Segue allenamento, intermezzo con Rocky che scopre di avere un tumore, che non vuole curarsi, e bla bla, e poi si cura, e il combattimento finale, scontato persino nel risultato.

Visto con occhi giovani, magari, il film sta anche in piedi... Ma con le stampelle. Facciamo finta di non aver mai visto i film precedenti, di arrivare a Creed seguendo la fama di un Rocky che però non abbiamo mai visto perché è un film vecchio e noi siamo giovani e non guardiamo le cose vecchie, allora ce la possiamo fare ad accettare la trama di questo film. Però...

La regia è scadente. Cioè! Ma per davvero? Un intero film dedicato alla boxe tutto fatto di primi piani? Ma la boxe, come insegnava il vecchio Mickey, è basata sul gioco di gambe. Ve lo ricordate che Rocky era bello inchiodato al terreno, e che Creed gli danzava attorno colpendolo a ripetizione, senza mai farsi toccare? Qui i due pugili son sempre inquadrati in primo, primissimo piano. Se ne stanno l'uno di fronte all'altro, a colpirsi a ripetizione che neppure Ken il Guerriero sarebbe capace di tanto. A che pro far correre il giovane Adonis Creed dietro a una gallina se non per sviluppare agilità nelle gambe? No, dimenticavo, quella scena è solo un omaggio alla vecchia saga, ma sa di vecchio e inutile, per cui via con i primi piani e le secchiate di sangue che volano ovunque in stile film splatter. 
Ma non finisce qui. Ogni momento sportivo sembra realizzato imitando i giochi sulla Playstation, con tanto di fermo immagine e di scritte in sovrimpressione con nome e caratteristiche 'tecniche' del personaggio. Molte inquadrature strizzano l'occhio ai videogiochi sportivi; il linguaggio da rapper è proprio fuori contesto... Eddai, ogni volta che Creed chiama zio Rocky Balboa mi vien da pensare a J-Ax (n.d.r. Con tutto il rispetto per J-Ax, che apprezzo molto come artista).
Forse sono vecchio, forse non capisco, forse... Ma per favore! Se il film fosse rivolto solo agli adolescenti, ai rapper, a un target Young Adult, allora potrei capire, me ne farei una ragione. Ma Creed lo vanno a vedere anche i cresciutelli, i matusa, o comediavolovengonochiamatioggiquellicomeme, quelli che hanno visto Rocky, che son cresciuti con Rocky, che hanno vissuto come Rocky, facendo a pugni con la vita giorno dopo giorno. 
Ma davvero volete fare un reboot proponendo come personaggio un giovane arrabbiato cresciuto nella ricchezza e che cerca di far brillare la sua stella seguendo le orme del padre, e di colui che ha battuto il padre? 
(n.d.r. Le virgole non ci vanno, la domanda va letta tutta d'un fiato!).
A mio modestissimo parere, la strada è sbagliata. Soprattutto quando si omaggia la saga originale in modo così blando, piatto, privo di idee. 
Ma davvero si vuole paragonare la corsa di Rocky con tanto di folla che lo acclama e gli corre dietro col crescendo musicale fino all'apoteosi quando arriva in cima alla scalinata con una corsa in strada seguito da ragazzini in quad e moto che fanno impennate con una sorta di primo piano orbitante attorno a Creed quando raggiunge casa di Rocky e lo chiama alla finestra?
(n.d.r. Le virgole non ci vanno, la domanda va letta tutta d'un fiato!).

Ma cos'è? Un film sul pugilato o una versione Macho di Romeo e Giulietta? E per concludere: Ma che razza di colonna sonora ha il film? Sarà moderna ma, davvero è paragonabile a questa? Eddai... E lo sputa fuoco all'ingresso del campione del mondo mi ha fatto proprio venire il latte alle ginocchia. Punto!

Davvero, l'unica cosa che si salva in questo film è la figura di Rocky Balboa, ancora una volta impersonata magistralmente da Stallone. Il resto...




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domenica 29 maggio 2016

Alla Deriva (incipit) - #ebook

Glauco Silvestri
I tre membri dell'equipaggio sedevano uno a fianco all'altro di fronte alla plancia comandi della Constitution. Il pilota, Joy Patterson, al centro tra il capo missione e lo specialista, ripeteva per l'ennesima volta i controllo della strumentazione seguendo attentamente le istruzioni ricevute via radio dalla torre di controllo. 
La capsula era alloggiata nell'ogiva del razzo Ares, che attendeva sbuffando vapore da ogni valvola di sicurezza, sostenuto dalla torre di lancio, nella piattaforma 39B del Kennedy Space Center. 
Ogni gesto di Joy corrispondeva a una segnalazione sonora e visiva. Verde con l'okay a procedere, rossa per il 'no-go'. 
Ogni operazione da lui svolta veniva commentata verbalmente in modo tale che il registratore di bordo potesse tenere traccia di ogni gesto compiuto dai membri dell’equipaggio sin dai momenti precedenti al decollo. 
Il conto alla rovescia proseguiva inesorabile il suo avanzare verso il momento cruciale. Maria Serrano, capo missione del lancio CEV-01, controllava al proprio terminale tutti i punti principali da seguire durante la missione. Quello era il primo lancio di una navetta di tipo Orion e tutto doveva andare secondo programma. Era anche la prima missione in cui aveva il comando. Una grossa responsabilità che non voleva deludere, visto che il suo nome figurava anche nella lista dei capo missione per il primo volo diretto sulla Luna. Per questo motivo controllava i parametri di volo ancora una volta. 
Era tesa. Si trovava a bordo di un prototipo. Aveva una grossa responsabilità pendente sulla sua testa. Era una donna e, per di più, neppure americana al cento per cento. Tutto doveva essere perfetto. 
Ammirava la sicurezza del suo pilota. Anche lui non aveva mai eseguito un volo nello spazio se non al simulatore, quella era la sua prima missione reale. Eppure appariva sicuro di sé. Non era nervoso, né era eccitato. Tutto il contrario dello specialista di missione, Louis Bonnet, che si guardava attorno spaesato, come se fosse risvegliato da poco, dopo aver avuto un incubo inquietante. 
Maria osservava attentamente il suo equipaggio ma non fiatava. I monitor restituivano decine di informazioni al secondo: temperatura del combustibile, stato dei propulsori primari, sistemi di sicurezza, condizioni del carburante nei booster di lancio. Tutte informazioni che apparivano in contemporanea sui monitor del controllo volo, a centinaia e centinaia di chilometri dal J.F.K. Space Center, a Houston. 
Nel frattempo il conto a rovescia aveva raggiunto i fatidici ultimi dieci secondi. 
Joy smise di eseguire i controlli e si rivolse a Maria «Pronti al decollo». 
I propulsori esplosero all'unisono costringendo il razzo Ares I a mettere in tensione ogni giunto che lo costringeva a terra. 
I gas di scarico venivano convogliati lontano dal razzo attraverso speciali canali di cemento armato scavati sotto la torre di lancio 39B. 
Una vibrazione intensa e continua catturò i sedili dell'equipaggio. I ganci mollarono la presa all'unisono. 
Il contatore segnava solo due secondi al decollo. 
Il razzo sostava a fianco della torre sospeso tra terra e cielo grazie alla forza di spinta dei propulsori. «Two…». 
«One…». 
«Ignition…». 
La voce del controllo volo risuonò nei caschi di tutti e tre i membri dell'equipaggio. 
La potenza dei propulsori raggiunse il massimo di spinta e il razzo cominciò a sollevarsi, prima lento e pesante, poi sempre più veloce e snello. 
In pochi secondi avevano già raggiunto i cento metri di altezza. Un attimo più tardi ci fu la prima interruzione di spinta. I booster si sganciarono dal corpo principale del razzo. 




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sabato 28 maggio 2016

Inside Out - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Pixar ci ha sempre abituati a film di animazione con contenuti 'adulti' comprensibili anche dai più piccoli, ha sempre proposto vicende complesse, e ci ha fatto vedere il mondo con occhi sempre nuovi. Se in passato abbiamo potuto vedere il mondo dei giocattoli, o guardare le strade dal punto di vista delle automobili, o vivere le avventure di un pesciolino disperso, o ancora affrontare grandi traversie per amore, e perché no... Immaginare anche un mondo dove i dinosauri non si siano mai estinti, bensì si siano evoluti alla stregua di noi umani, ebbene, con Inside Out, ci viene proposto qualcosa di davvero inimmaginabile, ovvero un viaggio all'interno di noi stessi, dal momento della nascita, alla nostra adolescenza, permettendoci di capire come funziona la nostra coscienza, il nostro carattere, e le nostre emozioni.

Tutto ciò avviene attraverso gli occhi di Riley, che all'età di undici anni è costretta a trasferirsi in città, dopo una vita trascorsa in mezzo alla natura. Ma i personaggi di questa vicenda sono le emozioni di questa bambina, che governano i suoi comportamenti, e il suo modo di affrontare la vita. Dentro di lei vivono Gioia, esuberante e sbarazzina; Tristezza, piccolotta triste e pigra; Paura, magro e sempre spaventato; Rabbia, quadrato e facilmente infiammabile; e infine Disgusto, chic e con la puzza sotto il naso. Il lavoro di questi cinque personaggi fa sì che Riley abbia una vita allegra e piena di avventure, finché un giorno accade che Gioia e Tristezza vengano catapultati fuori dal centro di controllo, e lascino l'intero lavoro agli altri tre sentimenti. La vita di Riley diventa improvvisamente grama, difficile da affrontare, e lentamente tutte le sue esperienze passate cominciano a sparire, minacciando direttamente Gioia e Tristezza, che si troveranno ad affrontare un'avventura difficilissima per tornare alla base e risistemare tutti i problemi.

Il film è divertente, bello, forse un po' complesso da comprendere per i più piccoli. Dal punto di vista emotivo è evidente l'intento di Pixar, ovvero quello di dare valore a sentimenti che di solito sono creduti come negativi. Tristezza, difatti, viene sempre tenuta in secondo piano, bistrattata, e l'euforica Gioia governa indisturbata come se bisognasse vivere in un eterno stato di allegria. Per quanto si cerchi di toccare la tematica in modo superficiale, così da renderla comprensibile anche ai bambini, è evidente che l'intera storia soffre di estrema sintesi, e dimentica completamente che - oltre alle emozioni - la nostra vita è guidata anche da una coscienza, e da una intelligenza.
Ma a parte le critiche, il film ricostruisce in modo schematico ma fantasioso l'intera esperienza emotiva della piccola Riley. Bella l'idea di dividere i valori più importanti in isole che sporgono su un baratro, bella l'idea di rappresentare la memoria come una serie di palline colorate, ognuna per ogni ricordo, e con colore differente a seconda delle emozioni provate. Carina la ricostruzione delle paure, dei sogni, e della fantasia. Forse il momento più carino è proprio l'attraversamento del tunnel del pensiero astratto.

Finale un po' scontato, dove la bistrattata Tristezza viene rivalutata. Del resto Gioia risulta piuttosto antipatica, perché dispotica ed egocentrica, incapace di dare il giusto spazio anche alle altre emozioni. Da non perdere i titoli di coda, dove vengono mostrate le emozioni di un autista di autobus, di un cane, di un gatto... E di più non posso dire, perché temo di aver già detto tutto.



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venerdì 27 maggio 2016

Ghostbusters 1 e 2 - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Visto che tra breve dovrebbe arrivare nelle sale un remake/reboot dei mitici Ghostbusters, perché non rinfrescare la memoria tirando fuori dalla naftalina i primi due titoli di questo grande franchising?

Nel primo film, Ghostbusters, conosciamo Peter Venkman, Raymond Stantz, ed Egon Spengler. Sono tre borsisti dell'università di New York, lavorano sui fenomeni paranormali, con poca convinzione, o per lo meno, con pochissimi risultati. E' per questo che vengono cacciati a pedate dall'ateneo, e si trovano costretti a inventarsi un lavoro. Fortuna vuole che a New York sta accadendo qualcosa di strano, e quando una biblioteca pubblica viene devastata da un fantasma, ecco che i tre si reinventano cacciatori di fantasmi. Le competenze le hanno, e anche la tecnologia. Per cui fanno debiti, e investono tutto ciò che hanno per comprare un'auto - una vecchia ambulanza - e un luogo dove aprire la loro attività - ovvero un vecchio magazzino dei vigili del fuoco.
La prima cliente è l'affascinante Dana Barrett, che tornando a casa, si ritrova la cucina devastata da una sorta di poltergeist. Venkman si innamora della donna, per cui promette di occuparsi personalmente del caso, il problema è che passa più tempo a flirtare con lei che a investigare veramente. Così un demone millenario ha la possibilità di risvegliarsi, e andare alla ricerca del 'Maestro delle chiavi', essere che permetterà l'apertura delle porte dell'inferno e il dilagare dei demoni nel mondo degli umani.

Divertente, scanzonato, surreale, il film diverte ancora oggi nonostante la veneranda età. Il cast è perfetto, funziona a meraviglia, del resto cosa ci si potrebbe aspettare dal geniale Bill Murray e dal brillante Dan Aykroyd? Poi Sigourney Weaver, in questo film, è davvero affascinante. Regia convenzionale ma efficace, così come sono efficaci gli effetti speciali, che ancora oggi convincono.

Il secondo film si svolge cinque anni più tardi. In Ghostbusters II Dana ha un bambino, ma non è di Venkman, perché i due si sono lasciati qualche tempo dopo le vicende avvenute nel primo film. Fa la restauratrice in un museo, ove il coordinatore di una mostra la stolkera con avance continue. Il trio degli acchiappafantasmi ha ormai abbandonato il lavoro. Raymond ed Egon tirano avanti facendo festicciole per bambini, Peter tiene una rubrica TV sui fenomeni paranormali. Tutti sentono la mancanza della loro precedente attività ma New York non la pensa alla stessa maniera. Accade però che Dana viene nuovamente aggredita da fenomeni davvero inspiegabili, per cui si ritrova costretta a contattare i suoi vecchi amici per chiedere aiuto. Ci vuole poco perché i tre si rimettano all'opera. Un fiume di melma ectoplasmatica scorre sotto la città, e un nuovo principe delle tenebre si è risvegliato per dominare il mondo.

In questo caso la trama si ripete non molto differente da quella del primo film. Ovviamente non si può rinunciare al divertimento, e il film non può che confermarsi per ciò che è, un ottima occasione di intrattenimento in famiglia. Il cast, che è sempre lo stesso, è ancora convincente. Gli effetti speciali soddisfano ancora oggi. Funziona! Ma non c'è più la sorpresa, e neppure il senso di novità. A ogni modo questo secondo episodio non delude, per quanto sia stato comunque saggio non proseguire con i sequel, perché il terzo non avrebbe retto all'impatto, se privo di novità come già e difatti è accaduto in questo secondo film.

E quello che a breve arriverà nelle sale? Son passati molti anni e l'idea di cambiare i protagonisti, di proporre tre donne, potrebbe essere un'opzione interessante per il reboot. Ma sarà sufficiente? Di sicuro avrà un ottimo grip sui giovani, che magari mai hanno avuto occasione di vedere gli originali, ma gli affezionati potrebbero non accogliere il nuovo episodio con lo stesso entusiasmo. Vedremo il box office cosa dirà in proposito (per quanto non è il numero di biglietti venduti che fa il giudizio del pubblico).



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giovedì 26 maggio 2016

Lord of War - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Lo so... Lo so... C'è Nicholas Cage in questo film, e ci sono parecchie persone che pensano egli sia un attore molto sopravvalutato. Io la penso in modo un po' diverso, credo che si sia inflazionato, e soprattutto, che ultimamente non ne azzecchi una. Ma in passato ha saputo fare cose egregie, come questo Lord of War. Davvero un bel film.

Il film ci racconta la storia di Yuri Orlov, giunto negli Stati Uniti con la sua famiglia, in fuga dal regime sovietico, ed entrato nel paese stelle e strisce spacciandosi per ebreo perché in quel periodo di persecuzioni i membri di quella religione avevano qualche vantaggio ad attraversare i confini americani. Però la vita nel piccolo ristorante di famiglia, a Yuri, stava stretta, e così si mette nel commercio delle armi. La prima vendita avviene con un Uzi ottenuto attraverso le proprie conoscenze. Poi, dopo aver coinvolto il fratello, comincia a fare le cose in grande... E la fine della Guerra Fredda decreta il suo successo planetario. Essendo russo, avendo mantenuto molti contatti con la madrepatria, Yuri riesce a depredare l'ex arsenale sovietico e a rivenderlo ai peggiori personaggi della storia del ventesimo secolo. Vende fucili, proiettili, mitragliatori... Ma anche carri armati, blindati, ed elicotteri da combattimento. Diventa miliardario, riesce a sposare la donna dei suoi sogni, ma non riesce a sconfiggere la dipendenza da cocaina del fratello (n.d.r. E si ritiene responsabile perché è per causa sua che il fratello ci è caduto). Il suo unico avversario è Jack Valentie, dell'Interpol, che riesce più e più volte a catturarlo, ma non a trattenerlo.

E' un film interessante, Lord of War. Mostra i meccanismi che alimentano il mercato clandestino delle armi, racconta - magari all'acqua di rose - il perché esso non riesce a essere fermato, e perché esso prosperi in modo così assurdo. Il mondo dei dittatori è vasto, lo sappiamo, ma è curioso scoprire quanto il mercato delle armi sia legato a meccanismi politici sotterranei per cui, se da un lato si contrasta, dall'alto si alimenta l'intero circuito. Poi c'è il finale a sorpresa, che non guasta.
Ottima la performance di Cage, che calza perfettamente i panni di Yuri Orlov. Bravo anche Ethan Hawke, che di recente ho citato nel toccante Good Kill. Bravissimo anche Jared Leto, talentuoso attore che però non ha mai avuto grandi occasioni - un po' per colpa sua e un po' no (n.d.r. Lo sapevate che era stato scelto per fare la parte di Jack in Titanic ma che non si presentò ai provini, per cui venne data a Di Caprio?) - forse anche perché doveva dividersi tra il cinema e la musica (n.d.r. vedi  Thirty Seconds to Mars). 

Insomma, è davvero un bel film, da vedere.



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mercoledì 25 maggio 2016

Introduzione al #Corso di #Scrittura

Glauco Silvestri
Perché pubblicare un Corso di Scrittura? Chi mi segue da tempi immemori sa che in passato gestivo un blog interamente dedicato alla scrittura, e che nel contempo pubblicavo racconti, storie brevi e lunghe, e provenivo da alcune pubblicazioni con editori italiani, e da alcune premiazioni provenienti da concorsi di scrittura. Su quel blog, che si chiamava 31 Ottobre, oggi chiuso e sparito - quest'ultimo evento dovuto a mia imperizia - avevo già tenuto un corso di scrittura, corso che era ben più corposo di quello che ho in prospettiva di pubblicare su questo blog, ma al contempo confusionario, perché preparato giorno per giorno, in base alle mie esperienze quotidiane, e non su una 'tabella di marcia' prestabilita.

Oggi non scrivo più... Già! Non scrivo proprio più, se non su questo blog. Ma ho in attivo parecchie novelle, e alcuni romanzi, che potete raggiungere cliccando qui, o osservarne una visione complessiva anche da qui, senza abbandonare questo stesso blog.
I motivi per cui ho smesso di scrivere sono innumerevoli, e non starò certo ad annoiarvi con informazioni, dubbi, questioni personali, che alla fine non vi riguardano se non di striscio, perché di sicuro vi porrete il dubbio su quale motivo valido possa spingervi a seguire un corso di scrittura preparato da una persona che ha smesso di scrivere.

Diciamo che ho smesso di scrivere perché fondamentalmente non ho più nulla da raccontare, o meglio, non sento più il bisogno di comunicare con l'esterno, per lo meno attraverso determinati mezzi espressivi.
Parleremo del motivo per cui si ha intenzione di cimentarsi nella narrativa con il primo, vero, capitolo di questo lungo corso, lungo percorso, per cui è inutile proseguire ora in questa direzione.

L'idea del corso che ho deciso di cominciare con questa pagina è quella di mettere ordine al caos che potrebbe aggredire lo scrittore in erba. Vorrei dare qualche dritta su come evitare di affrontare i sentieri peggiori, e indirizzare sin da subito verso un processo creativo che, nel mio caso, mi ha risparmiato fatica, ripensamenti, e vicoli ciechi... Non che non sia caduto in alcuni vicoli ciechi, eh? Tutt'altro, e il più grosso ha probabilmente influenzato alcune mie scelte successive, che poi hanno portato alla mia attuale situazione di scrittore in standby (n.d.r. Mai dire mai...).

Da mercoledì prossimo affronteremo ogni parte del processo creativo, dall'idea, alla scrittura vera e propria, passando per l'editing, fino a una infarinata veloce su come contattare un editore, rapportarsi con lui, eccetera eccetera eccetera. Non mancheranno alcuni approfondimenti su argomenti importanti, quali lo storytelling, la struttura delle storie, e... be', lo scoprirete seguendomi nelle prossime settimane.



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martedì 24 maggio 2016

Distanza

Glauco Silvestri
L’amore si nutre di distanza, più che di vicinanza, anzi la troppa prossimità lo offusca e lo spegne. Solo chi può desiderare ancora resta innamorato. Chi possiede, presto finisce col desiderare qualcos’altro...

Cose che nessuno sa (Alessandro D’Avenia)
Evidenziazione a pagina 81 | Pos. 1231-32



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lunedì 23 maggio 2016

#StreetArt - #Bansky & Co (Bologna) - #Mostra #Arte

Glauco Silvestri

Palazzo Pepoli, Bologna. Un palazzo storico della città in cui è contenuto in pianta stabile un museo dedicato alla città, che ripercorre la sua storia dalle sua fondamenta ai giorni nostri. In questi giorni ospita una seconda esposizione, temporanea (dal 18 marzo al 16 giugno) dedicata all'arte di strada. L'esposizione si chiama Street Art, Bansky & Co.

Blu
Si tratta di una esposizione che ha fatto molto parlare di sé, e che ha ricevuto parecchie critiche, specie dagli artisti di strada, che ovviamente hanno visto questa iniziativa come uno svilimento della loro opera. Difatti mettere in una galleria delle opere di strada è un controsenso di difficile soluzione, e per certi versi gli artisti hanno pienamente ragione nel criticarla. Critiche feroci, che hanno persino visto uno degli artisti (Blu, tra l'altro esposto anche nella mostra) cancellare alcune sue opere per protesta.  Eppure, voluta fortemente dal rettore dell'Università di Bologna (se non sbaglio), la mostra ha avuto luogo, e io sono andato a vederla.

Bansky
Va aggiunta una piccola premessa. Molte delle opere esposte sono state salvate dalla distruzione. Gli Street Artist lavorano spesso sulle mura di costruzioni fatiscenti, abbandonate, e in programma di essere demolite. Salvare le opere di questi artisti era doveroso. Esporle in questa maniera, be'... Forse si poteva organizzare qualcosa che andasse incontro anche allo spirito creativo degli artisti, perché se da un lato l'esposizione ne conferma il valore, dall'altro ne mortifica la forma espressiva. Insomma... Buona l'idea, ma non la sua realizzazione.

Obey
Proseguiamo con la mostra. Quando si entra ci si trova immediatamente in una piccola stanza, un breve interludio alla street art, dove se ne espone la storia con alcuni lavori che nascono proprio alle origini di questa forma espressiva. Si prosegue in un salone ampio, quello che raccoglie gli ingressi alle esposizioni ospitate dal palazzo. Le pareti alte si offrono volentieri all'esposizione di murales imponenti. Quello che risalta su tutti è ovviamente di Blu, bolognese, ma noto ormai in tutto il mondo, salvato per l'appunto da una demolizione, grazie a una tecnica molto ingegnosa (n.d.r. raccontata da un video presente nella mostra).

Lady Pink
Il percorso conduce poi nel cubo di vetro che porta ai piani alti. Qui, finalmente, vediamo un paio di opere di Bansky (n.d.r. Come al solito usato come cassa di risonanza), di Obey, di Lady Pink, e molti altri artisti divenuti ormai legenda.

Non manca la didattica. Si scopre che il processo creativo di uno street artist parte dal tag puro e semplice, ovvero dalla sua firma; per poi passare a scritte tridimensionali, colorate, e solitamente contenenti dei messaggi di denuncia, o di protesta; e infine giungere alla vera e propria opera d'arte. 

Nella mostra sono esposti esempi di ogni fase di questo processo creativo. Non è detto che tutti gli street artist lo svolgano completamente: alcuni si fermano all'opera scritta, senza mai arrivare al disegno, altri invece vanno oltre, abbandonando i muri per giungere alla tela, e divenire artisti in modo più tradizionale, pur non dimenticando le proprie origini, e processi creativi.

Tag metropolitani
Le tematiche che si leggono all'interno dell'esposizione paiono essere tre. La citta dipinta, la città scritta, e la città trasformata. Percorso che vuole descrivere una sorta di evoluzione dell'ambiente sociale in cui si vive, e il desiderio di mutazione, facendo sì che la staticità degli edifici, in un certo qual modo, riesca a seguire il processo evolutivo della vita sociale, urbana, e culturale.

Non mancano esperimenti con altri tipi di media, come i video creati da Blu, in stop-motion, ove le sue opere sono protagoniste, e si mostrano in un continuo evolversi e mutare, creando storie, vicende, di una poesia incredibile. Non trovando il video mostrato nell'esposizione di Bologna, mi limito a linkarne un'altro trovato su youtube (qui). Davvero molto molto bello!

Il catalogo della Mostra
In conclusione, l'allestimento - critiche a parte - è istruttivo e interessante. Permette di comprendere meglio la street art, di conoscerne la storia attraverso le opere e gli autori, di toccare (virtualmente) con mano opere famose e di importante impatto storico, e di essere meno ortogonali a questa forma artistica ed espressiva.

L'intero percorso richiede per lo meno un paio d'ore per poter essere visto con la giusta tranquillità. E' disponibile un catalogo delle opere, acquistabile anche qui, ma consiglio di andarla a vedere di persona. Per entrare ci vogliono 13 euro, salvo riduzioni, o giornate speciali dedicate all'arte.

Qui sotto vi propongo un video che ripercorre l'intera esposizione, ottimo per farsi un'idea precisa di ciò che troverà una volta entrato a Palazzo Pepoli.




Maggiori info: qui e qui.
Un'altra recensione all'esposizione: qui.


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domenica 22 maggio 2016

Midnight Lullaby (Incipit) - #ebook

Glauco Silvestri
Quando entrai in quell’ambiente angusto, dall’aria antica, i miei occhi ebbero difficoltà nel mettere a fuoco ciò che mi circondava. Sembrava di essere entrato in uno di quei vecchi bar di periferia, e in fondo, io, mi trovavo davvero in un ‘vecchio bar di periferia’. Il fatto che dall’esterno mi fossi fatto un’idea molto diversa di ciò che avrei dovuto trovare all’interno era del tutto ininfluente. 
Superai con passo lento i due tavolini di linoleum unti all’inverosimile, e raggiunsi l’unico cliente presente in quel luogo. Era seduto su un vecchio sgabello, di fronte al banco del bar, riflesso da uno specchio che sicuramente aveva avuto giorni migliori. Accanto a quell’uomo c’era un secondo sgabello, con la seduta in finta pelle rovinata in più punti, che probabilmente attendeva solamente che vi appoggiassi sopra le mie stanche natiche. 
L’uomo, che ancora mi dava le spalle, era piegato su sé stesso come fosse un anziano signore al banco del bar sotto casa. Anche in questo caso, per certi versi, mi trovavo realmente in un cosiddetto ‘bar sotto casa’. 
Decisi di sedermi. 
L’uomo, che difatti era davvero un vecchio, aveva davanti a sé un bicchiere d’acqua con ghiaccio. Il bicchiere era adagiato con attenzione su un sottobicchiere da birra bisunto. Con le dita malferme giocava con il tappo di un barattolo di pillole medicinali. Il barattolo non aveva etichette. Non era trasparente. Per quanto ne potevo sapere, poteva persino essere vuoto. 
L’uomo aveva l’aria stanca. I suoi occhi, che potevo studiare attraverso il riflesso dello specchio, erano contornati da un fitto strato di rughe che poteva essere scambiato come la rappresentazione artistica del suolo arido che circondava il ‘bar di periferia’. 
«Lei è qui per l’intervista?», mi chiese con voce roca. Non muoveva un muscolo. Roteava solo le dita per giocare con quel dannato barattolo. 
Feci un cenno positivo col volto. Mi chiesi se in quel locale ci fosse anche un barista, giusto per ordinare qualcosa con cui inumidire la bocca. 
«Se cerca Sam - disse l’uomo interpretando i miei pensieri - è andata un attimo di sotto a prendere una nuova botte di birra alla spina». 
Sam, ebbi modo di scoprirlo durante l’intervista, era il diminutivo di Samantha. Donna sui 35, fisico prestante, viso stanco. 
 «Mi chiamo Juan Rodriguez - mi presentai - scrivo per...». 
«Non è importante il nome del foglio di carta per cui scrive». 
“Meglio”, pensai estraendo un piccolo registratore «Le spiace se registro l’intervista?». 
«Faccia come diavolo le pare». 
Spinsi ‘play’ sull’apparecchio e cominciai a porre le mie domande. L’uomo, però, parve intenzionato a raccontare la sua storia senza essere interrotto, così lasciai perdere e mi misi ad ascoltare. 

*

Arthur J. Bonneville, classe 1943, come dite voi: Super. 
Oggi tutti mi chiamano col nome in codice di Midnight Lullaby. All’epoca degli esperimenti Teleforce, era il 1973 se non sbaglio, ero un semplice tecnico elettronico, e lavoravo in sala controlli nei laboratori privati della Salazar Enterprises. Avevo trent’anni. Ero fidanzato con Stella Ramirez, una tipina tutto pepe, se mi capite. L’avevo conosciuta in una fumetteria. Io ho sempre avuto la passione dei fumetti, in particolare i super-eroi. Stella lavorava nella fumetteria che frequentavo. Era divertente, gentile, e sapeva tutto sui fumetti. Per me era una fonte inesauribile di scoperte, e non potevo non innamorarmene. Dovevamo sposarci entro la fine dell’anno, ma quel giorno, lo sapete, le cose cambiarono radicalmente per tutti quanti, ma soprattutto per me, un banalissimo tecnico di laboratorio. 
Quando ricevetti l’ordine di avviare la procedura non feci altro che eseguire gli ordini. 




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sabato 21 maggio 2016

I supereroi e i loro superpoteri - #Letture #ebook

Glauco Silvestri
Chi è che dice che i supereroi sono roba per bambini? Il pregiudizio più comune abbina i superpoteri ai fumetti, e visto che questi ultimi, specie nel nostro paese, son idealizzati come narrativa per bambini, allora i supereroi sono roba per bambini. La proprietà transitiva, però, tradisce perché uno dei fattori principali da cui il ragionamento nasce è fallace.
I supereroi sono roba per tutti coloro che amano il fantastico, indifferentemente dall'età, sesso, ceto sociale, e qualunque altra cosa vi venga in mente. Parlare di supereroi, di cavalieri Jedi, di motori a curvatura, di Hobbit, è pressoché la stessa cosa. Si tratta di narrativa fantastica, e non di narrativa per bambini (n.d.r. senza voler sminuire la narrativa per bambini, ovviamente).

Come al solito, per uscire dagli italici pregiudizi, bisogna guardare all'estero. E' vero che le sale cinematografiche sono bombardate da film dedicati ai supereroi, spesso prequel di sequel di reboot di un film già visto anche solo pochi anni prima; è altrettanto vero che a uno sguardo poco attento la creatività in questo campo è stagnante; però è altrettanto vero che esistono anche gioiellini come Il ragazzo Invisibile, come Gli Incredibili, oppure ancora come Watchmen.
E ne ho citati tre solo perché sono i primi che mi son venuti in mente.
Difatti, qualche tempo fa ho letto un libro. Non dico che sia stato il miglior libro in assoluto che io abbia mai letto, ma è di sicuro un libro che mi ha incuriosito, e che per certi versi ha ispirato questo post. Parlo di Ritratto di famiglia con Superpoteri, un libro dove la parola 'famiglia' pesa molto di più che la parola 'superpoteri', ma dove comunque questi ultimi esistono, e per certi versi diventano fardello, o forza interiore, nel quotidiano affrontare le difficoltà della vita.
E ovviamente, leggendo questo libro, mi son ritrovato a ripensare al progetto di Alex, chiamato Due Minuti a Mezzanotte, dove i superpoteri si presentano in due formati: quello supereroistico nudo e crudo che si può trovare nel filone principale di questo progetto; quello più umano che invece emerge dai molti spin-off che il progetto stesso ha generato.

Essendo più intimista, sia come lettore, che come scrittore, i superpoteri mi incuriosiscono per quello che può essere il loro impatto nell'animo umano. Meno mi interessano le missioni eroiche, la lotta contro il bene, le grandi responsabilità, eccetera eccetera. Però è evidente che il possedere un potere straordinario ha un impatto importante nella personalità di una persona, sia essa adulta, bambina, uomo o donna. E' lì che mi piace investigare, tra le pieghe di una persona speciale che, per quanto speciale, è diversa da tutti gli altri, e in un certo qual modo, è emarginata da tutti gli altri. 

Carillon ne è l'esempio. Un racconto in cui una ragazza con un potere speciale è costretta, a causa del suo stesso potere, e forse del suo aspetto fisico, a fare una vita da reietta, da spogliarellista, da persona pressoché indesiderata secondo i ben pensanti, ma desideratissima dagli stessi, quando si appartano nel buio di un vicolo, o nel buio delle loro stanze davanti a un monitor che osserva siti web a luci rosse. 
I poteri diventano quindi un peso, un fardello con cui si è costretti a scendere a patti, e solo di rado un vantaggio da cui trarre profitto.

Più tragico, se non fatalista, è il destino del personaggio presentato da Midnight Lullaby. Uomo costretto a una vita in completo isolamento perché... Troppo pericoloso, specie per gli altri supereroi. Lui può annullare i loro poteri, definitivamente, rendendoli comuni mortali, comuni esseri viventi, ed è evidente che chi ha interessi sui supereroi, non voglia che costui eserciti le sue facoltà.
Entrambi i racconti appena citati fanno parte dell'universo creato da Alex di cui vi parlavo, due brevi spin-off di quella round robin che ha avuto tanto successo negli scorsi anni.
Ma se si parla di superpoteri, e si va a guardare indietro nel tempo, come non notare le somiglianze con le divinità greche? Creature onnipotenti che però erano coinvolte in fatti molto spesso umani, al punto che molti sono stati i demidèi nati da donne umane e divinità, e altrettante sono state le avventure vissute da questi ultimi. Per cui non posso evitare di citare La taverna di Dioniso, un racconto in cui alcune divinità fuggono dall'Olimpo per venire a vivere tra gli umani, dimenticando le loro origini, e soprattutto il giogo, a volte un po' stretto, di Zeus, esercitato su di loro. 

I poteri, i superpoteri, come ci è stato insegnato, possono giungere sia dall'esterno, a causa di un evento traumatico, o da qualcosa di imprevedibile, sia possono essere innati, insiti nell'eroe stesso. Se in 2 Minuti a Mezzanotte fu un esperimento andato storto a scatenare la nascita dei Super, nella mitologia greca l'essere dio era una questione di 'razza'. Gli dèi non erano umani, ma per lo meno erano biologicamente compatibili con noi. Ma cosa accade quando un potere arriva da un maleficio? Se a causa di ciò un guerriero diventa immortale, ed è costretto a uccidere, e uccidere, e uccidere, ogni qualvolta veda qualche uomo o donna sul suo cammino? Ne Il Guerriero Immortale è raccontato il dramma del guerriero, la sua solitudine, la sua fame di morte, e di liberazione dal fardello.

Immortalità donata da un maleficio, o da una creatura della notte quale è il vampiro. Questa creatura è bistrattata e amata allo stesso tempo. E' affascinante, tenebrosa, fatale... Il suo potere è la sua condanna, la sua immortalità sorge dal sangue di cui si nutre, la sua forza nasce dalla debolezza delle sue vittime. Sanguinem ce lo mostra in epoche storiche differenti, sempre integrato con l'umana avventura, con i fatti che hanno movimentato la storia dell'uomo. Uomini e vampiri, luce e buio, giorno e notte, un dualismo difficile da spezzare. Tanto che questa creatura dotata di superpoteri ha poche nemesi da temere, come dimostrato ne Il Clan delle Penne, ove un gruppo di scrittori diventa preda e predatore, e dove solo un'altra creatura del buio può tentare di contrastare il vampiro nelle sole notti di plenilunio.

Visto, infine, che dai classici supereroi son giunto con una digressione quantomai fantasiosa ai vampiri, non posso dimenticare il mio amore spassionato per Buffy, la cacciatrice di vampiri. Chi meglio di lei può rappresentare i superpoteri impersonati da esseri umani normali? E io l'ho voluta omaggiare con un breve blog in cui si raccontano le esperienze di una giovane cacciatrice di vampiri, il cui epilogo è raccontato nell'ebook intitolato L'albero dei Corvi.

Concludo con Hiroshi. Forse in questo caso tiro un po' la corda dei superpoteri. E' il figlio di uno scienziato, e nel suo corpo è nascosta un'antica campana. Quest'ultima dona al ragazzo un grande potere, e allo stesso tempo un terribile fardello. E' sulle sue spalle l'intero peso dell'umanità, della sua salvezza da un popolo invasore che risorge dalle ceneri di un passato remoto, che risorge dal sottosuolo, ed è intenzionato a riprendersi ciò che era stato suo, ovvero la superficie, ovvero il mondo.

Alla fine di questo percorso, osservando i titoli che ho citato, è evidente che i superpoteri spesso rendono gli uomini soli, o forse è la solitudine uno dei fattori scatenanti del manifestarsi, in modo naturale o artificiale, di queste caratteristiche sovrumane. La psicologia di questi eroi, che siano moderni o antichi, è interessante per l'approccio che hanno nei confronti delle proprie capacità, e soprattutto il modo in cui le rivolgono verso l'esterno, verso il mondo, verso i propri simili, verso l'umanità. 
Più in generale, la lettura di una storia con supereroi, oltre a divertire, oltre a creare un diversivo dalla quotidianità, è anche occasione di approfondire la visione di psicologie forti, e per certi versi, di psicologie deboli, perché capita spesso, se non sempre, che a una forza si contrapponga sempre una debolezza.

Come sempre, buona lettura.



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venerdì 20 maggio 2016

Spectre - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
Delude un po', questo Spectre, se lo paragoniamo al trittico che ha rinvigorito il personaggio negli ultimi anni. Il volto glaciale di Craig non è sufficiente a sorreggere una trama che, se all'inizio riveste di mistero l'intera vicenda, poi si rivela in modo banale con una 'questione di famiglia'.

E' in Messico che tutto ha inizio, ove James si è recato privatamente per eseguire l'ultimo ordine di M, ricevuto dopo la sua morte. Un messaggio misterioso in cui gli viene chiesto si seguire le orme di un noto criminale, morto di recente, e di assicurarsi che la sua morte sia avvenuta realmente, e perché essa sia accaduta. Ciò lo conduce nel letto di Lucia Sciarra, vedova del suddetto criminale, e sulle tracce de 'Il Cavaliere Pallido', un misterioso individuo che si rivelerà come il Mr. White già visto in Quantum of Solace. Nel frattempo a Londra si sta smantellando l'intero programma '00', per costituire un nuovo servizio di intelligence connesso internazionalmente con i nove servizi segreti più importanti al mondo. Gatta ci cova, però... E difatti c'è questo anello con inciso sopra una piovra, ci sono foto mezze bruciate che provengono dall'infanzia burrascosa di James, e infine, sarà proprio la figlia di Mr. White, assieme alla collaborazione di Miss Moneypenny, a sbrogliare la matassa, e a scoprire un'ombra indelebile nel suo passato, risvegliatasi appositamente per vendicarsi, e soprattutto, per impadronirsi del pianeta intero.

Detta così sembra che il film sia consistente. In realtà la pellicola soffre di moltissime ingenuità, di una regia che in certi momenti si perde in scene surreali, e in una scarriolata di cliché che - vi confesso - non reggo più.
Ma ciò che delude maggiormente è il villain, che se all'inizio della pellicola appare sfuggente e misterioso, poi si rivela volontariamente, fa il suo pippone melodrammatico prima di uccidere Bond, si fa fregare... Insomma, son robe che prendono in giro anche ne Gli Incredibili, sarebbe ora che ci si distaccasse da questo genere di 

Coup de théâtre ormai fuori moda. E quando il villain è svelato, il film perde mordente, diventa una sequenza di esplosioni e scene irragionevoli, dal finale scontato. 

Mah! E' un vero peccato. Fortuna che Craig svolge egregiamente il proprio lavoro, e se il film sta in piedi, è solo grazie a lui, che davvero interpreta in modo magistrale il personaggio di Bond.

Da vedere? In una serata di burrasca, o per avere idea di quale possa essere l'epilogo della saga di Bond con Craig come interprete... Sempre che sia davvero l'epilogo.



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giovedì 19 maggio 2016

Kobane Calling - #Fumetto #Recensione

Glauco Silvestri
Forse il miglior Zerocalcare di sempre. Kobane Calling è un fumetto impegnato, e allo stesso tempo rimane un Zerocalcare puro perché le risate comunque non sono dimenticate, e l'ironia del personaggio pervade con un'aura imponente l'intero reportage.

Già! Perché questo fumetto è un vero e proprio reportage. Ci racconta di tre viaggi compiuti dall'autore, proprio in questi giorni di guerra contro l'ISIS. Tre viaggi compiuti in un anno. Il primo in Turchia, a pochi metri dal confine, per dare una mano a chi soccorre i profughi. Poi in Iraq, quindi in Siria, e tutto per arrivare in Rojava, una regione mai citata dai telegiornali, un piccolo angolo di quei territori devastati da guerra, soprusi, morte e sofferenza, dove si sta sperimentando - con tutti i compromessi dovuti al caso - una forma di autogoverno in cui il giogo dell'oppressione religiosa, culturale, e politica, non esiste ed è combattuta fino allo stremo.

E' un racconto intimo, ove Zerocalcare ci mostra le differenze tra il nostro occidente, tanto bravo a parole quanto inesistenti nei fatti, e il medi-oriente, dove si muore ogni giorno, dove ragazzini di dieci anni imbracciano un fucile vero, sparano pallottole vere, uccidono persone vere. Dove i martiri e gli idelisti son rinchiusi in celle da oltre 17 anni senza poter parlare con nessuno, e a volte, neppure vedere la luce del sole. Un viaggio attraverso terre insanguinate che però non mancano di regalare cordialità, generosità, e un sorriso, oltre - a quanto ho capito - una tazza di Chai.
Ecco... Far colazione con formaggio e olive è un po' azzardato... Ma poco hanno, e poco possono offrire, ma mai evitano di offrire, anche se poco hanno.

Un fumetto che fa riflettere. Un fumetto che mostra un quadro ben documentato delle zone calde e meno spiegate dai nostri media. Un fumetto che va comprato, letto, e su cui riflettere. Bravo Calcà!



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mercoledì 18 maggio 2016

E alla fine era colpa del HTTPS...

Glauco Silvestri
O meglio, è colpa del mio spazio di hosting online, che offre la navigazione sicura solo con un extra di 70 eurini su quanto già pago. 

In pratica tutti i widget java che avevo creato per il template venivano bloccati da Blogger, che giustamente - visto che nelle impostazioni avevo segnato con 'Si' la navigazione sicura - storceva il naso se tentavo accessi a files esterni attraverso il vecchio http. 
Insomma: o tutto https, o tutto http. 
E visto che non ho intenzione di pagare quell'extra, ho ripristinato tutto http. 

Ora sembra funzionare tutto quanto. Ovviamente, tra un annetto, quando già non mi ricorderò più di questi problemi, rimetterò le impostazioni su https e... avrò di nuovo gli stessi problemi. Che festa.



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Indice degli Argomenti - #Corso #Fotografia

Glauco Silvestri
Qui di seguito sono elencati, e linkati, tutti i post relativi al mio corso di fotografia. Sono 54 lezioni, tutte scritte e ispirate dal mio percorso di apprendimento, e di sperimentazione, come fotografo amatoriale.

L'ordine degli articoli non è organizzato per argomenti, bensì pensando a una sorta di percorso di crescita. Ipotizzando che uno arrivi al mondo delle Reflex dopo l'utilizzo di fotocamere compatte, e poi bridge, ho pensato che i primi utilizzi sarebbero avvenuti con la modalità automatica. Per cui è da qui che il corso ha inizio, svelando un poco alla volta, con intervalli di svago in cui spiego alcune tecniche per giocare con la fotografia, i vari aspetti della fotografia più impegnativa, cercando di immaginare quelle che possano essere le aspirazioni, e la curiosità, del potenziale lettore. E' per questo che le varie modalità di scatto vengono affrontate a diversi capitoli di distanza una dall'altra. E' per questo che certi concetti che potrebbero parere ovvii, vengono affrontati quando già il background del fotografo si è formato attraverso i primi capitoli e le prime sperimentazioni.

Insomma, questo corso vuole essere una sorta di percorso, e non una guida divisa per argomenti chiusi e a compartimenti stagni, anche perché la fotografia non ha compartimenti stagni... Soprattutto non ha regole.
Non ha regole...
Ricordate queste tre parole perché, quando vi troverete di fronte a uno scatto difficile, non dovrete pensare a ciò che non deve essere fatto, dovrete semplicemente pensare a come meglio potreste ottenere lo scatto che volete ottenere, anche mescolando le tecniche, o usando la macchina come... come non si dovrebbe. 
Ma per fare ciò, è ovvio, è necessario conoscere le linee guida principali, no?
Buon studio e, buona fotografia.
  1. I'm Back!
  2. Priorità di Tempo
  3. Fotografare la Luna
  4. Gestione delle Foto: Apple Foto
  5. Fotografare la Luna: La Luna Rossa
  6. Il Corredo Fotografico (parte 1)
  7. Conosci il tuo Obiettivo
  8. Priorità di Diaframma
  9. La Sensibilità e gli ISO
  10. La giusta Inquadratura (parte 1)
  11. La giusta Inquadratura (parte 2)
  12. La giusta Inquadratura (parte 3)
  13. Impugnare la Macchina Fotografica
  14. Giocare con lo Zoom
  15. Giocare con le Panoramiche
  16. Il Filtro Polarizzatore
  17. Jpeg o Raw?
  18. Modalità Manuale
  19. Fotografare il Sole
  20. L'esposizione (parte 1)
  21. L'esposizione (parte 2) 
  22. La Profondità di Campo
  23. L'iperfocale
  24. La Messa a Fuoco (parte 1)
  25. La messa a Fuoco (parte 2)
  26. La Messa a Fuoco (parte 3)
  27. Giocare con l'acqua: Falling Drops Photography
  28. Concetto di EV e STOP
  29. Il Corredo Fotografico (parte 2)
  30. Scatto in Live View
  31. Tranquilli! Non tutte le foto vengono belle
  32. L'istogramma (luminosità ed esposizione)
  33. La velocità è tutto
  34. Giocare con gli Obiettivi: Il tappo Stenopeico
  35. Giocare con il Movimento: Il Panning
  36. La Posa B
  37. Bokeh
  38. Il Blocco dell'Esposizione (AE-L e FE-L)
  39. Il Bilanciamento del Bianco
  40. Giocare con la Luce: Il Light Painting
  41. Il Filtro ND
  42. Pulizia della Fotocamera
  43. Il Flash
  44. Le informazioni EXIF
  45. Come fare i Fotoritratti
  46. Come Fotografare gli Animali
  47. Come Fotografare i Paesaggi (parte 1): Introduzione
  48. Come Fotografare i Paesaggi (parte 2): Paesaggi Urbani
  49. Come Fotografare i Paesaggi (parte 3): Paesaggi Naturali
  50. Come Fotografare in Bianco e Nero
  51. Come Fotografare le Stelle (parte 1)
  52. Come Fotografare le Stelle (parte 2)
  53. Come Fotografare le Stelle (parte 3)
  54. Bibliografia



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martedì 17 maggio 2016

Struzzi

Glauco Silvestri
«Lo sai che hanno fatto uno studio su migliaia di struzzi per decine di anni e nessuno di loro ha mai nascosto la testa sotto terra?»

Cose che nessuno sa (Alessandro D’Avenia)
Evidenziazione a pagina 79 | Pos. 1199-1200


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Template impazzito?

Glauco Silvestri
Sembra che il Template del blog sia impazzito. Lo slide delle immagini sulla testata del blog non funziona più... e sinceramente non ne capisco il motivo, visto che il medesimo codice, nel blog di test, funziona.

Boh! Non appena avrò un briciolo di tempo, vedrò di comprendere cos'è successo.


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lunedì 16 maggio 2016

Il Viaggio di Arlo - #Film #Recensione

Glauco Silvestri
La sfortuna de Il viaggio di Arlo, in Italia, è stata quella di uscire pressoché in contemporanea a Inside-Out, quando invece nel resto del mondo ci son stati ben sei mesi di differenza, se non di più (n.d.r. Il viaggio di Arlo è più recente di Inside-Out). Se quest'ultimo aveva avuto un battage pubblicitario abbastanza potente, in pratica da un Natale all'altro, l'altro film di animazione Pixar è invece stato presentato con molta flemma, e poca convinzione. Ma voi lo sapete... Io sono un bastian contrario, ed ecco che - per me - Il viaggio di Arlo è un vero film Pixar, bello, con buoni sentimenti, tante emozioni, una storia, e un messaggio. Inside-Out, invece, è il classico film Disney molto semplificato, strapparisate, ma privo di quell'appeal dei 'veri' prodotti di Pixar.
Il Box office ha ovviamente premiato il film Disney, ma io - nel mio piccolo - preferisco premiare il secondo.

Siamo nella preistoria. I dinosauri dominano il pianeta, e sono molto più intelligenti di quanto ci venga detto. Gli erbivori sanno coltivare la terra, e i tirannosauri sono degli allevatori di bestiame. Non mancano predatori puri come gli Pterodattili. Noi sappiamo bene che il dominio dei dinosauri fu interrotto da un grande cataclisma, forse prodotto da un asteroide precipitato al suolo, che modificò drasticamente il clima del pianeta. Ebbene... E se ciò non fosse accaduto? Arlo è il terzo cucciolo di una famiglia di agricoltori, è un brontosauro, ma è nato piccolino piccolino rispetto a suo fratello e a sua sorella. La sua debolezza fisica lo fa mettere sempre in cattiva luce, o meglio, lo fa sempre sentire inferiore rispetto agli altri, e il padre è preoccupato perché ciò potrebbe non aiutarlo a formare un carattere forte, capace di affrontare le difficoltà. E' per questo che lo stimola di continuo, e alla fine gli affida il compito di eliminare un piccolo parassita che divora tutte le provviste che serviranno per i mesi invernali. Il problema è che Arlo, quando vede il minuscolo esserino nella trappola, non riesce a ucciderlo. Per cui questo scappa, e nell'inseguirlo, assieme al padre, accade un incidente, e quest'ultimo muore.
Tornato a casa da solo, il piccolo Arlo si trova ancora di più in difficoltà, anche se gli altri membri della sua famiglia non lo ritengono colpevole di quanto è successo. Il fatto è che, il parassita torna, e questa volta Arlo è deciso a compiere il suo dovere. Lo insegue, e nell'inseguimento cade nel fiume, e viene portato via dalla sua fattoria, e dalla famiglia.
Sarà proprio il piccolo parassita ad aiutarlo, e tra i due nascerà una profonda amicizia. Entrambi soli, i due inizieranno un lungo viaggio per tornare alla fattoria, un viaggio che li renderà più forti, e ancora più legati.

Ovviamente... Il piccolo parassita è un precursore della nostra specie, anche se - più che comportarsi da scimmione - ha atteggiamenti da cane affettuoso.

Storia toccante, disegnata con la solita maestria, con messaggi forti, dove si vuole dire che anche quelli che paiono più deboli possono diventare forti e affrontare le avversità. Vuole trasmettere coraggio, e capacità di non abbattersi mai, di tentare, tentare, tentare, di raggiungere sempre la meta che si è prefissati. Dipinge con forza il legame della famiglia, anche nelle diversità, e soprattutto la descrive in modo semplice, immediato, e difficile da fraintendere. L'amicizia è sempre al centro dell'attenzione, ovvio, ma nel film si ritrovano valori che già avevamo identificano ne Alla ricerca di Nemo. In questo caso la situazione è ribaltata, ed è il piccolo a dover dimostrare coraggio quando invece non l'aveva mai avuto prima.

Si tratta quindi di un film profondo, intenso, delicato. Si ride, ovviamente, ma molto meno che in Inside-Out, la cui idea di base è interessante, ma che alla fine è stata estremizzata troppo, e semplificata troppo, per poter andare oltre al semplice intrattenimento. Ed è per questo che all'inizio di questo articolo ho voluto sottolineare che, pur essendo due prodotti Pixar, Il viaggio di Arlo è più Pixar che Disney, mentre Inside-Out è più Disney che Pixar. Nulla di male in tutto ciò, ma io ho sempre amato Pixar per il suo coraggio nel fare animazione importante, e per questo motivo nutrivo una profonda delusione per tutte le pellicole successive ad Up... Opere bellissime, ma non distanti dai film di animazione di Dreamworks, eterna rivale - in quanto a qualità - della Pixar. 



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domenica 15 maggio 2016

Carillon (Incipit) - #ebook

Glauco Silvestri
Ha freddo. Si domanda perché diavolo Massimo non accenda il riscaldamento. I camerini sono un vero disastro. La ragazza ritorna, ancora nel panico, le prende contro sbadatamente e la matita traccia una riga bordeaux sulla guancia. Per poco Carillon non ci perde un occhio. Ma è inutile perdere le staffe. Ogni giorno è la stessa storia. Se non è Rita che cerca il mascara, è quella scema di Simona che indossa solo perizoma dorati. Come se ai clienti interessi il colore del suo perizoma. 
Roberto grida «Carillon, tu sei la prossima». 
Lei molla la matita. Si guarda. Sbuffa. Tanto fa schifo lo stesso. 
Si alza dallo sgabello con un mezzo colpo di reni. Lo specchio riflette un corpo che somiglia più a un insetto stecco che al corpo di una spogliarellista. Si affretta a salire la scala di metallo. I riflettori sono puntati sul classico palo. Poco distanti, a bordo del palco, i soliti maschi affamati, o assetati, o entrambe le cose. Tutti con gli occhi puntati sulle tende dietro cui lei è nascosta, tutti con la bava alla bocca, tutti con un boccale di birra tra le mani. 
Parte il brano e Carillon si butta sotto i riflettori. Non avrà il fisico di una pin-up, ma grazie ai suoi trascorsi da Kick-Boxer si può permettere evoluzioni che le altre ragazze neppure sognano. Ovviamente il pubblico non apprezza. I suoi movimenti non sono sinuosi come quelli di una pantera, sembrano piuttosto meccanici come quelli di un sofisticato robot intento a montare un’automobile. Fischi e battutacce. Lei, del resto, non è dotata di avvenenza. Deve attendere che il battito cardiaco acceleri. Il suo corpo è già pronto a usare l’arma segreta. È così che la chiama, lei. L’arma segreta. L’odioso fardello che la Teleforce ha affibbiato al suo corpo da insetto. 
Si avvinghia al palo e cambia ritmo, seguendo il nuovo brano che il deejay ha messo sù in base alla scaletta dello spettacolo. 
Ruota lentamente sul metallo e si ferma con il palo che si adagia tra le natiche. Scivola lentamente con il busto, si piega in avanti fino a toccare con le dita le punte dei piedi. È il momento. La pelle è lucida di sudore. Si alza di scatto. Si aggrappa al palo, fa una torsione su sé stessa per ritrovarsi capovolta, e divarica le gambe in una spaccata davvero scenografica. I feromoni vengono rilasciati dai pori della pelle. I suoi movimenti calcolati li diffondono verso le prime file, poi le seconde file, e ancora oltre, fino al bancone del bar. 
Carillon li sente allontanarsi dal corpo come emissari dei suoi desideri. La Teleforce le ha affibbiato il ‘dono’ di potersi scegliere l’uomo da portare a letto, e di essere sicura che questi non si rifiuterà, nonostante l’aspetto repellente del suo corpo. 
Carillon si muove ora più lentamente. I fischi sono cessati. Gli occhi degli uomini hanno perso fierezza. Ognuno di loro vede qualcosa di differente in lei. Neppure Carillon conosce l’effetto che i feromoni hanno sui maschi. Si immagina che ognuno di quegli stronzi trovi qualcosa di attraente, ma diverso l’uno dall’altro, in lei. Ogni notte, quando balla, spera che il suo potere si fissi su un uomo, e che vi rimanga per sempre, così che possa mollare quel merdoso lavoro senza perdere l’opportunità di frequentare un uomo, e di farsi una sana scopata ogni tanto. 
Ma non accade mai. 
La mattina, quando loro aprono gli occhi e la vedono, è sempre la stessa storia. Si alzano spaventati. Si chiedono quanto alcol abbiano messo in corpo per finire a letto con un rospo come Carillon. Raccolgono i propri stracci e se ne vanno via a gambe levate, senza neppure salutare. 
Del resto, lei, non ha ereditato dai propri genitori un corpo sinuoso come quello della cara amica Libby. Anche lei è una Super. La Super con la esse maiuscola. Strafica, sensuale, forte, e veloce come un battito di ciglia. Per di più se la fa con Capitan America... bé, lui si fa chiamare American Dream, ma non cambia molto. A lei è andata la Super-figosità e un Super-macho per moroso. A Carillon è andato solo un cassonetto dell’umido bello pieno in cui tuffarsi dalla mattina alla sera. 
Gli occhi di Carillon si fissano sulle prede più appetibili. Non le va di passare la notte con un gorilla. 



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